DAF - Dizionari Autonomistic Furlan

a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z

Venezia

Pur essendo una città a vocazione marittima e una della quattro “repubbliche marinare” dell’Italia con Genova, Pisa e Amalfi, Venezia aveva bisogno di una “terraferma” a sud delle Alpi per ragioni militari, commerciali, residenziali e di approvvigionamento (i boschi della Carnia e del Cadore fornirono legni essenziali per l’arsenale e per il consolidamento delle barene edificabili, perché “pal fa palùo”). La Terraferma era la sua fisiologica area di influenza, e il Friuli, data la contiguità con il Veneto e la sua delicata posizione geopolitica era una preda ambita ma contesa dall’Austria. Il primo tempo della partita, con la Patria del Friuli in palio, durò un paio di secoli, e in linguaggio sportivo possiamo dire che si concluse con Venezia in vantaggio per due a zero. Ma nel secondo tempo, disputato quasi un secolo più tardi, gli “arciducali” o austriaci riuscirono a segnare un goal, conquistando il Friuli orientale o goriziano, che rimase nel loro dominio per quattro secoli. L’incontro si concluse, quindi, sul risultato di due a uno, e rimase immutato anche dopo la rivincita del 1616, il rimescolamento napoleonico e la terza guerra di indipendenza. Si formarono così due Friuli, uno veneto e l’altro austriaco, ancora uniti sotto il profilo etnico e linguistico, ma ben distinti dal punto di vista politico e amministrativo: basterebbe dire, al riguardo, che il 24 maggio 1915 si ritrovarono l’un contro l’altro armati. Venezia potè esercitare il suo potere politico, amministrativo, culturale e artistico soltanto sul Friuli centro-occidentale, ed è interessante conoscere su questo punto l’esito della disputa storiografica fra filoveneziani e antiveneziani, magistralmente riassunta da Elio Bartolini su “La Vita Cattolica” del 21 marzo 1982: “Tavola fondamentale del lungo, ma estremamente semplice rapporto che il Friuli ebbe con Venezia dal 1420 al 1797, è il rescritto con cui il Senato veneto accetta i friulani (tamquam bonos et fideles servitores nostros). Li accetta, cioè, in sudditanza, privi di ogni capacità sia politica che economica e, di riflesso, culturale [...]. Dentro questo quadro di calcolato immobilismo [...] Venezia porta avanti per quattro secoli una politica che la corrente più “arrabbiata” della storiografia friulana (specie di certa, contemporanea) definisce di sfruttamento, anzi di rapina [...] alla tesi “arrabbiata”, ai suoi fatti, alle sue denunce, non c’è molto da controbattere, in verità. Venezia, per tutti i secoli del dominio, ha continuato a considerare i friulani “tamquam bonos et fideles servitores nostros”. Resta, da capire, l’inerzia con cui il Friuli, a cominciare da Udine e dal bastardo dialetto della sua borghesia, si è lasciato “venetizzare”. E qui Venezia non c’entra. Venezia, se mai, ha approfittato tra ironia e meraviglia. Insomma non deve esserle parso vero che, invece dei tumulti e delle ribellioni che, specie nel Settecento, punteggiavano la vita sulla terraferma, in Friuli regni invece quella stagnante, opaca e anche servile rassegnazione che, non per niente, Paschini può liquidare in una ventina di paginette nella sua Storia”.

 

Bibliografia: Prospero Antonini, Del Friuli ed in particolare dei trattati da cui ebbe origine la dualità politica in questa regione, P. Natarovich Editore, Venezia 1873; Gino di Caporiacco, Giurisdicenti e Comunità sotto la dominazione veneta: il caso dei beni comunali, in “Venezia e il Friuli”, Istituto di Storia dell’Università di Udine, Giuffrè, Milano 1982; Gianni Nazzi, Venezia e il Friuli. Opinioni a confronto, con postfazione di Sergio Cecotti, Clape Culturâl Acuilee per le Edizioni Ribis 1997.