DAF - Dizionari Autonomistic Furlan

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Dialetto

Da sempre i friulani chiamano il loro idioma “lenghe” o “marilenghe” e usano il termine “dialet” per le varianti del friulano. È facile notare le differenze fra le aree dialettali del Friuli, talvolta percepibili anche in aree molto vicine: basta talvolta il Tagliamento per segnare una linea dialettale, come è facile dimostrare ascoltando i parlanti di Casarsa e Codroipo, Spilimbergo e San Daniele. Si sente dire che il friulano di San Daniele è il più puro e bello, e la città del prosciutto si fregia del titolo di “Siene dal Friûl”, ma anche a San Daniele si parla un dialetto del Friuli, perché quella parlata non è di uso generale. Il friulano dispone altresì di una koinè che “esiste almeno da quattro secoli ed è stata creata ed usata dai nostri maggiori scrittori, da Ermes di Colloredo, allo Zorutti, alla Percoto. In una parola rappresenta, nell’ambito friulano, il tipo del volgare illustre” (Giuseppe Marchetti). Spesso però i poeti preferiscono utilizzare il loro dialetto nativo, rivendicato come un diritto anche da Pier Paolo Pasolini che scrisse: “Chel di là da l’aga a no pol vantàsi, in confront dal nustri, di esi lenga, no dialet, propit parsè che, coma ch’i disevi, a no ’l à dat nissun grant scri- tòur. Dutis li fevelis furlanis, di cà e di là da l’aga, dai mons e dal plan, a spetin la stesa storia, a spetin che i Furlans a si inecuarzin di lour, e a li onorin coma ch’a son degnis: fevelà Furlan a voul disi fevelà Latin”. Ma che cos’è un dialetto? Possiamo rispondere che fra un dialetto e una lingua c’è la differenza che passa fra un bambino e un uomo maturo. Il dialetto è in realtà un linguaggio logico, disciplinato da regole grammaticali, che può maturare e diventare lingua soltanto in determinate favorevoli condizioni socio-economiche e politiche. Per crescere dev’essere adoperato da una “massa critica” di parlanti, non da poche persone, e per scopi non puramente comunicativi, ma anche in letteratura, cioè per scopi creativi; deve essere il codice comunicativo di un gruppo di prestigio e godere dell’appoggio politico, e così via. Quando il re di Francia stabilì che le sentenze nel suo regno dovevano essere scritte in lingua d’oil, la lingua d’oc, abbandonata da giudici, avvocati, notai, attori, docenti di ogni ordine e grado, scrittori di romanzi e poemi incominciò a indebolirsi e a regredire a uno stadio dialettale. In Italia il dialetto siciliano era già creativo in letteratura prima che il dialetto o volgare toscano fosse trasformato in lingua da Dante Petrarca e Boccaccio. Il dialetto veneto, diffuso anche in Europa a livello diplomatico, avrebbe avuto molte carte da giocare per diventare una lingua superregionale o nazionale se, come disse uno studioso, “nol ghe fusse sta quel fiol de un can de un Dante”! Della forza della letteratura nella promozione delle lingue minori era convinto anche Pier Paolo Pasolini, che duramente criticava l’uso vernacolo o dialettale del friulano coltivato dalla Filologica, ma predicò quasi in un deserto. Il friulano, fino a pochi anni fa, era tramandato solo oralmente, era, cioè, una vera lingua madre, che i bambini assorbivano con il latte materno e poi coltivavano nella socialità familiare e paesana. Ma una volta finita la cosiddetta civiltà contadina e superata la mentalità agraria, si è rotta anche la cinghia di trasmissione delle parlate locali, qui come altrove in Europa, e se si vuol tentare di prolungarne la sopravvivenza bisogna ricorrere alla scuola, come previsto, per il friulano, dalla legge 482/99, votata dallo Stato italiano, antifascista sì ma non sempre, con almeno cinquant’anni di ritardo: la legge sarebbe stata sicuramente più efficace quando era diffusa una ben diversa sensibilità e sarebbe stato ancora possibile combinare l’azione familiare con quella scolastica. Le lingue parlate nel mondo, che erano 6.500 all’inizio del XX secolo, sono oggi ridotte a 3.000: un grande cimitero di civiltà.

 

Bibliografia: Giovan Battista Pellegrini e coll., ASLEF, Atlante storico, linguistico, etnografico friulano, in sei volumi, Udine 1972 e seguenti; Giovanni Frau, I dialetti del Friuli, Udine 1984.

 

Emerografia: Giulio Nascimbeni, Perché muoiono i dialetti. Il paradiso perduto della cultura contadina, Corriere della Sera 8 novembre 1975; Elio Bartolini, Difendiamo il friulano, ma con armi giuste, Il Piccolo 10 giugno 1982; Francesco Alberoni, Ormai l’italiano è solo un dialetto europeo, parliamo inglese, Corriere della Sera 25 luglio 1978; Goffredo Parise, Macché dialetto, piuttosto impariamo l’inglese, Corriere della sera 24 ottobre 1985; Sabino Acquaviva, Ma l’inglese non esclude il dialetto, Corriere della Sera 27 ottobre 1985; Luciano Visintin, E se la scuola adottasse il dialetto?, Corriere della Sera 19 marzo 1986; Arnaldo Baracetti, Sempre per il Friuli e la sua gente. Scritti e discorsi qui e in Parlamento, sezione In difesa della friulanità, Arti Grafiche Friulane, Tavagnacco 2003.