
“PRE CHECO” E LA STORIAdi Gian Carlo Menis. Da “Gnovis Pagjinis Furlanis”, VIII, 1990 (tit. or.: “Pre Checo e la storie”)
Credo di onorare come merita il ricordo di Pre Checo se, iniziando questo discorso sui rapporti fra lui e la storia, affermo subito, con quella schiettezza che il sacerdote di Montenars ha sempre avuto nella sua vita, che don Francesco non era uno storico. Non era, non voleva essere, non ha mai detto di essere uno storico. Non era uomo, egli, da trascorrere una vita in un archivio ad esaminare e ad interpretare con pazienza, a ricostruire pezzo per pezzo i fatti del passato e a raccontarli per quanto possibile con obbiettività e imparzialità.
Invece di raccontarla, lui ha preferito fare la storia! E stasera abbiamo già sentito con quale intelligenza e con quale passione l’ha fatta. Così don Francesco è entrato all’interno dello scenario della storia del Friuli come un temporale, dando uno scossone meritato fino all’interno della coscienza della gente. Per questo è diventato una delle personalità più importanti della storia friulana attuale.
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L’ha studiata la storia, soprattutto del Friuli, don Francesco, questo sì. “Era – scrive molto bene don Antonio Bellina nell’introduzione al libro che presentiamo stasera – uno che leggeva la storia in profondità, cercando soprattutto la vena in cui scorreva il sangue piuttosto che i singoli fatti e gli episodi”. Don Francesco è stato effettivamente un lettore della storia attento, esigente, critico, libero di giudizio, sempre al corrente degli studi più recenti. Ha scritto anche qualcosa di storico. Troppo poco! Nella sua bibliografia si trovano solo due titoli: un “Telâr de storie dal Friûl”, scritto nel 1958 per un manuale (non stampato) della Scuele libare furlane e una “Cuintristorie dal Friûl dal 1866 fint in dì di vuê”, stampata nel 1977 in aggiunta alla famosa “Cuintristorie dal Friûl” di don Giuseppe Marchetti. Si tratta di una trentina di paginette brillanti ed effervescenti, appassionate e provocatorie. Più che una storia, questa è una riflessione sulla storia moderna del Friuli, in cui si punta principalmente ad eliminare “tutte quelle frottole e quei pregiudizi” (dicendola con don Giuseppe Marchetti) che una certa storia ufficiale o pseudostoria, nazionalistica e unitaria, hanno cercato di far credere alla gente. Opera di genere polemico, dunque, come dice il titolo stesso (Contro-storia), ben condita con satira e ironia. Per questo qualche storico ha storto il naso! Ma anche opera, con tutte le osservazioni che si possono fare qua e là su punti particolari, opera – dicevo – sostenuta da tanta sapienza. A questo punto qualcuno potrebbe pensare che io abbia detto tutto ciò che c’era da dire sull’argomento.
Avrei pronunciato cose per le quali don Francesco non avrebbe avuto nulla da obiettare e che lascerebbero contenti anche gli storici professionisti… E invece, no. Se mi fermassi qui non avrei detto la cosa più importante sui rapporti fra don Francesco e la storia, ciò che a lui stava più a cuore e che non sempre gli storici ricordano: ovvero il pensiero e l’insegnamento riguardo alla storia che lui voleva infondere soprattutto nei friulani di oggi e che noi dobbiamo conservare come la sua più grande eredità!
La storia non è un lusso di pochi intellettuali, ma un diritto e un dovere di ogni tempo e di ogni comunità umana che desiderano indirizzare con buon senso e con libertà il proprio destino. Solo pensando al suo passato l’uomo può capire il suo essere presente e presumere il suo futuro. Questo è il fine sociale della storia (altrimenti è accademia). La storia allora è di tutti. La storia non è, dunque, monopolio degli storici, che non possono affermare: solo noi siamo in grado di scrivere la storia e, perciò, solo noi possiamo utilizzarla. Sarebbe come se il fornaio dicesse: solo io sono capace di fare il pane e quindi solo io posso mangiarlo. Lui, invece, fa il pane affinché tutti possano mangiarlo, a proprio piacimento, fresco o raffermo, intero o in briciole o magari… inzuppato nel vino.
La storia è diritto e dovere di ogni uomo libero!
Don Francesco la pensava così. Per questo, in quanto era un uomo libero e voleva che i friulani fossero liberi, ha usato la storia continuamente, per sé e per gli altri, in ogni suo aspetto, magari a volte… inzuppandola nell’aceto o ricorrendo a quella trasfigurazione mitica dei fatti che è una costante che accompagna tutti i grandi movimenti culturali della storia. La storia si intreccia sempre nei suoi pensieri come l’unico strumento adatto per afferrare il bandolo della matassa aggrovigliata dalla realtà. Prendete queste prediche. Non ce n’è una che non abbia un richiamo storico. Ad ogni passo si incontrano frasi come queste: “Credo che con la storia in mano si possa dire… (pag. 12) – Comincio con un ricordo storico… (pagg. 65 e 101) – Mi appello alla storia… (pag. 114) – Vediamo cosa dice la nostra storia… (pag. 123)”, e così via. Così i fatti più importanti della storia friulana entrano a tappeto nel suo discorso.
Ecco ciò che dice su questo punto don Francesco in una predica pronunciata ad Aquileia nel ’75:
“Perché andiamo a richiamare fatti storici? Perché? E la storia non è trascorsa? Se è trascorsa, a cosa serve per il futuro?... Noi, non andiamo a cercare nella storia chissà per quale motivo, per gusto o per smania di sapere cosa è avvenuto prima… (Bensì) per riscontrare nella storia se per caso ci parla di qualche origine e ci dice dove si trova e quale direzione si deve prendere per poter andare avanti… E magari troviamo proprio nella storia passata quella sorgente che ci serve per essere capaci di indirizzare i passi anche nel presente. La storia noi non l’adoperiamo per il gusto di stare nel passato; la usiamo perché, in quanto storia delle nostre zone, del temperamento della nostra gente e nostro, della religione della nostra gente e nostra, può succedere che troviamo esattamente lì la sorgente, il modello, la strada per andare avanti anche per il futuro…” (pag. 66).
“La strada per andare avanti…” ecco cosa don Francesco cercava, trovava, insegnava a trovare nella storia, come cristiano – come uomo – come friulano!
Per il cristiano la storia non è la parabola cieca e scura del mistero sempre tragico dell’uomo, ma lo specchio della provvidenza amorevole di Dio che spinge l’uomo ad “andare avanti” verso la salvezza.
“Tutto ciò che succede in questo mondo, - si chiede don Francesco – la storia di noi uomini, tutto ciò che accade di positivo e di negativo ha un significato? Il cristiano dice che il significato c’è. Capirlo o non riuscire a capirlo non importa, ma significa: credere che la promessa, la speranza di Cristo in un modo o nell’altro diverrà un fatto. Dio è colui il quale ci ama, che è capace di portare a conclusione positivamente anche i nostri peccati. Ed è ovvio che qualunque possa succedere in questo mondo, anche la più strana, trova un disegno dove, in fondo, viene usata per la gloria di Cristo, per la sua promessa che è la nostra speranza… È Dio che nella sua provvidenza raddrizza la storia…” (6s.).
Qui si manifesta allora la sacralità della storia. “Proprio storia sacra, nel senso che non è solo storia, conoscere i fatti, ma (capire) esattamente la sacralità della storia. Non è che noi desideriamo capire solo ciò che è successo al popolo ebraico o ai nostri antenati. Cerchiamo di comprendere il significato di questo, o cosa c’è davanti agli occhi di Dio…
Capire che ciò che succede in questo mondo, in fondo, è provvidenza di Dio, che noi non siamo animali qualsiasi… ma siamo fatti a immagine di Dio…
Noi crediamo che l’uomo… è qualcosa che realmente riflette come uno specchio la luce di Dio e merita di essere trattato come è degno di essere trattato…” (137).
Questa fede in una storia di salvezza è fondata su un fatto storico, che è Cristo. “Il Cristianesimo… si fonda su un fatto che si presenta come storico, successo qui, nel nostro mondo, in mezzo agli uomini: il fatto storico (della morte e) della resurrezione di Cristo…” (28). E “colui che crede che uno di noi è diventato Dio, è disposto anche a credere che la storia abbia un significato anche quando non lo vediamo” (74). “Non è cosa da poco. Non si tratta qui solo di credere che esiste un Supremo, si tratta di credere che nella storia realmente sia esistito uno che ha avuto il potere di fare cose liberatorie, di salvezza non solo per sé ma per tutti gli uomini” (136).
Ritornare alla storia non è, dunque, per il cristiano un indietreggiare ma un tornare alla verità genuina sia della fede generale sia della chiesa locale dove lui è vitalmente radicato. “Io credo proprio che serva il coraggio, con la storia in mano e con la situazione attuale ben presente, con spirito libero, di cercare di nuovo la genuinità della nostra fede. E la genuinità della nostra fede dove la ritroviamo? In coloro che l’hanno fondata… Abbiamo bisogno non di tornare indietro, ma di bere nuovamente l’acqua genuina che è stata portata qui dalla fede…” (12). Perché “la fede è fede, ma abbiamo ognuno il nostro modo di sentirla, di viverla, di esprimerla …” (49).
Solo su questa base storica si può fondare una pastorale seria, conclude don Francesco. “Io non voglio tornare indietro, voglio andare avanti. A me sembra che la Chiesa anche nelle sue strutture debba essere genuina; per essere genuina… (deve essere) il più possibile reale… Una cosa del genere non è solo un ricordo del passato, una cosa della storia (che pure è una gran cosa e noi siamo figli della nostra storia); si tratta invece di creare le condizioni per una pastorale seria, profonda e, ripeto ancora quella parola di prima perché mi piace, genuina” (11).
In pratica, per i cristiani del Friuli o – dicendo come don Francesco – per “la chiesa di Dio che c’è qui”, tutto questo significa ritornare alla tradizione storica della chiesa di Aquileia e dei suoi fondatori. “ Ermacora e Fortunato per noi hanno un significato che è entrato nell’intimo della nostra gente, perché il nostro popolo è come tutti i popoli di grandi tradizioni cristiane: ha in sé una (sua propria) maniera di vedere il mondo, la vita e la morte che deriva da Cristo (attraverso Ermacora e Fortunato). Un pezzo di Ermacora e di Fortunato è in ognuno di noi” (111).
Ma per ogni uomo, anche al di fuori della fede, la storia offre punti di orientamento sicuri per “andare avanti” nella vita.
La storia rende l’uomo saggio.
“Dico – sentenziò una volta don Francesco con una espressione dal sapore biblico – che la sventura e la disgrazia che accadono nella storia molte volte non sono qualcosa di negativo: è un bene che emergerà in seguito…” (8ç).
Perché “la storia non è una piramide con una facciata unica, ma con tante; quando ne viene persa una non significa aver perso tutto!” (104 s.).
E don Francesco sa estrapolare dalla storia tanti esempi di situazioni uguali a quelle attuali e di uomini che con coraggio le hanno affrontate. Il Patriarca Marquardo, per esempio, “vale la pena di ricordarlo (perché ha vissuto) in un momento come quello attuale in Italia e in Friuli” (33). Lui è stato un grande legislatore “che ha capito che è necessario per qualunque popolo che le leggi siano chiare e ben fatte” (33). Lui è stato un uomo di pace. Arrivato in Friuli nel 1366, coinvolto in una guerra combattuta su tre fronti, quando “nel duomo di Cividale gli hanno regalato una spada, lui l’ha presa e la messa nel fodero, perché colui il quale si fida della legge non crede alla spada…” (35). Così il Patriarca Bertrando, ha affrontato “problemi di cui, nemmeno lo facessimo di proposito, parliamo ancora”: come quello delle grandi strade di comunicazione con la Mitteleuropea, come quello dell’Università friulana… E ha affermato cose “che dette al giorno d’oggi, sarebbero proprio adatte”: come l’aver detto ai signori del tempo, di non provocare i poveri. “Il non provocare è una cosa – commenta don Francesco – che ci è d’aiuto anche al giorno d’oggi” (48).
Ma su un punto insiste particolarmente don Francesco: quello di recuperare dalla storia la forma della cultura che sorregge l’identità di ciascuno di noi, per rimanerle fedeli. “Fate in modo – raccomanda in una predica – di mantenere nelle famiglie quelle tradizioni di vita che avevamo un tempo. Non per il gusto di rimanere arretrati, ma per un altro gusto; perché in fondo usanze ne dovremo avere sempre. Non esiste nessun popolo che non abbia usanze. Non vale la pena perdere le nostre per assumere quelle degli altri… Dato che si debbono avere usanze, modi di parlare, modi di esprimersi, modi di pregare, vale la pena mantenere i nostri…” (45).
Naturalmente questo discorso don Francesco lo rivolge prima di tutto ai friulani di oggi, che solo nella loro memoria storica possono trovare le ragioni e il coraggio di andare avanti come popolo. “Noi, carnici e friulani, - dice in una predica pronunciata a San Pietro di Carnia il giorno dell’Ascensione del ’74 – siamo un popolo spaventato. Ci hanno spaventati per secoli… E allora, cosa si deve raccogliere da questa festa che stiamo facendo qui, sulle ossa degli antenati della vallata, che sono stati sepolti qui e che sono stati spaventati anche loro? Non dobbiamo avere paura! Non dobbiamo avere più paura!... Dobbiamo farci coraggio, perché più dignità abbiamo e più facile è andare d’accordo…” (62 s.).
E memoria storica per i friulani significa sopra ogni altra cosa: patriarcato di Aquileia, perché è quello che li ha fatti nascere nella storia come popolo diverso. “La nostra storia di gente – dice don Francesco ad Aquileia nel ’79 – è questa: noi friulani siamo nati, cresciuti, allevati dai patriarchi dal Mille in avanti, che hanno creato il nostro popolo. Sono loro che ci hanno dato la nostra originalità nel vivere, parlare e pregare… quel modello di vita che possediamo…” (124). E ancora: “Il patriarcato non ha trovato la comunità (friulana) qui, ma l’ha creata…” (10). Non c’è bisogno di dire che queste affermazioni (anche se un po’ perentorie e mitizzanti) si basano su analisi e studi scientifici recenti di prim’ordine.
Da questa tradizione di stretta integrazione fra popolo e patriarcato deriva, secondo don Francesco, la “specialità” – è un suo termine (123) – della situazione friulana. “La Chiesa, qua da noi, in Friuli, non si è mai messa da parte nelle cose di questo mondo che interessano il suo popolo. Ha sempre rischiato; a volte ha colpito nel segno; però non si è mai messa da parte con la scusa di mantenersi pura e pulita…” (124). “In Friuli, come in nessun altro luogo in Italia e in Europa, si pretende dalla Chiesa che si interessi anche delle questioni sociali, culturali e politiche della sua gente…” (146). Un’altra “specialità” della cultura friulana, derivata dalla sua storia, è quella di essere “un crocevia di popoli”. “Considerate che nella nostra Chiesa, (che tra l’altro è la madre di tutte le Chiese che vanno dall’Adriatico fino al Danubio e da Como fino a Zagabria), i popoli sono rimasti popoli diversi, che hanno creduto in base al loro modo di capire e di vedere: gli sloveni in sloveno, i tedeschi in tedesco, gli italiani in italiano e i friulani in friulano…” (94). “Siamo un popolo in cui nel corso della storia le culture e le forze dell’Europa di razza germanica, slava e latina, si sono sempre scontrate e dove la pace è molto difficile da mantenere. Ma io mi auguro che questo nostro popolo comprenda che è figlio di quello scontro tra popoli e che deve essere capace di aiutare questi popoli, con tutti i loro modi di vivere, ad intendersi… Noi siamo un popolo nel quale i popoli si incontrano, e uno non prevale sull’altro…” (35 s.).
La prospettiva europea, come “casa di tutti i popoli di questa terra”, i Friulani ce l’hanno, dunque, nel sangue. “L’eredità di Aquileia in questa zona – sostiene don Francesco – è abbastanza chiara, perché ancora oggi questa area si differenzia dalle altre perché proprio qui si è sviluppata quella che noi chiamiamo Mitteleuropea (Europa di mezzo), esattamente come il luogo in cui la differenza di cultura, di razza, di modo di esprimersi non è stata determinante… Il concetto tipicamente politico di Mitteleuropea è un’eredità proprio della Chiesa di Aquileia…” (145 s.).
E ancora una grande lezione ci arriva dalla storia, secondo don Francesco. Il Friuli è stato grande solo quando è rimasto unito. Non servono tanti studi scientifici per dargli ragione! Si sa che la grande politica internazionale ha invece sempre tirato in ballo “questioni” (dicendo come il nostro prete) o “ragione di stato” per dividere il Friuli: nel 1420, nel 1521, nel 1751, nel 1815, nel 1866… per ricordare solo qualche data più significativa. “Siamo stati fatti a pezzi…” – protesta don Francesco – sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista ecclesiastico”; “siamo stati ridotti in briciole…” (20).
E allora lavoriamo per l’unità del Friuli! “E allora – e queste sono le ultime tre righe che si leggono nel libro delle prediche di don Francesco, prese da un discorso tenuto ad Aquileia nell’83, tre anni prima della morte, quasi come un testamento – i nostri politici che sono ora al potere, i nostri vescovi, i nostri preti, noi, diamo una mano affinché l’unità del Friuli si realizzi almeno dal punto di vista culturale, religioso ed ecclesiastico” (147).
Come avete visto, invece di parlare io, ho lasciato parlare Pre Checo sulla storia, come lui la concepiva. Così mi sembra che il suo pensiero e il suo insegnamento sia emerso chiaro e netto. Un insegnamento che potrebbe essere detto in una sola frase così: “Amici, con la storia in mano, non lasciamoci distruggere né come cristiani, né come uomini, né come friulani!”.
(Gemona, Novembre 1989. In occasione della presentazione del libro di Don Francesco Placereani “Friûl: une Glesie e un popul”)
RICORDANDO TRE GRANDI FRIULANI: MARCHI, LONDERO, PLACEREANIdi Renzo Balzan. Da “Gnovis Pagjinis Furlanis”, V, 1987 (tit. or.: “Memoreant trê grancj furlans: Marchi, Londar, Placerean”)
È stato un anno di lutti, il 1986, per il mondo friulano. Ricorrevano i vent’anni dalla scomparsa di Giuseppe Marchetti, e l’anniversario è stato ricordato degnamente con un convegno internazionale che si è svolto nel mese di settembre a Udine e a Gemona. Ma nel corso di quest’anno sono morti, purtroppo, tre grandi uomini della nostra terra. Si tratta di Felix Marchi, Pietro Londero e Francesco Placereani, e la perdita per la Patria del Friuli è stata rilevante.
leggi tuttoCiò che si può affermare, fuori da ogni sentimentalismo e condizionamento retorico, è che ci siamo sentiti catturati da un senso di angoscia e trafitti da un dolore sincero e profondo. Erano figure di friulani, anzi di patrioti, che hanno lasciato il segno. Personaggi di grande cultura, esempi, maestri per eccellenza e punti di riferimento per tutti noi, che sulla base del loro insegnamento stiamo combattendo perché vengano riconosciuti al Friuli i suoi diritti fondamentali. (…)
Francesco Placereani
Padre della rinascita dell’identità etnica del Popolo Friulano, don Francesco Placereani è morto all’ospedale di Udine, dov’è rimasto a lungo ricoverato, martedì 18 novembre.
Don Francesco era nato a Montenars il 30 novembre del 1920. Compiuti gli studi presso il Seminario di Udine, venne ordinato sacerdote nel ’44. Tuttavia approfondì gli studi all’Università gregoriana di Roma e nel Collegio Russicum, dove imparò le lingue slave.
Fu un prete anticonformista e scomodo, se è vero che invece di andare a Susans, dove era stato assegnato, andò in America, ovvero in Argentina, nella diocesi di Rosario, dove vi rimase per quattro anni. In quel luogo insegnò anche teologia al Seminario.
Rientrato qui nel ’52, fece l’assistente ecclesiastico delle ACLI e degli artigiani. In quel periodo cominciò anche ad insegnare nelle scuole. Insegnò religione al Liceo “Paolo Diacono” di Cividale e al Liceo “Stellini” di Udine. In seguito si laureò in Lettere e Filosofia all’Università di Padova, ampliando ulteriormente la sua già vasta cultura; infatti conosceva almeno quattro lingue unitamente al greco antico e all’aramaico. Tuttavia le sue più grandi passioni furono la lingua friulana e il popolo friulano. E con queste, la religione e la politica, accanto alla cultura.
Per don Francesco la politica e la religione erano due questioni che non potevano essere divise, ed il suo punto di riferimento rimase sempre il Patriarcato di Aquileia, l’esperienza storica di stato autonomo friulano, che mai più in seguito si riproporrà. Stato Patriarcale grande per la fede che divulgò tutt’intorno, per la cultura mitteleuropea che innestò, e per il sapiente modello amministrativo che seppe creare. Per questo Placereani andava predicando che Venezia, occupando e sottomettendo il Friuli all’inizio di ottobre del 1420, aveva chiuso gli occhi agli angeli raffigurati nelle nostre chiese. E non perdonò mai al Papa di Roma (Benedetto XIV) di aver, nel 1751, per ragioni politiche e di tornaconto, eliminato l’antico Patriarcato friulano per istituire quello di Venezia.
Con ardore e con passione senza eguali prese parte agli eventi fondamentali della cultura e della politica del popolo friulano, negli anni che vanno dal ’50 all’80. A tal proposito: la “Scuele Libare furlane” (nel 1952), “Int furlane” (nel 1962), la partecipazione al Comitato per l’Università friulana (nel 1965), la creazione (nel 1966), insieme con Fausto Schiavi e altri, del “Movimento Friuli”, la “Mozione dei sacerdoti” (nel 1967), la presenza di primo piano nel gruppo “Glesie Furlane” (nel 1974) e la fondazione (nel 1978) dell’associazione culturale e del giornale in friulano “La Patrie dal Friûl”.
Per merito di quest’uomo vennero avviate anche “La festa del Popolo Friulano nel mondo”, che iniziata nel ’73, si tiene ogni anno nel mese di settembre, a Einsiedeln, in Svizzera. E dopo il terremoto del ’76, la festa nazionale della Patria del Friuli, che si tiene il 3 aprile per celebrare la data della fondazione dello stato autonomo friulano (3 aprile 1977, con bolla dell’imperatore Enrico IV).
Ma don Francesco non si dedicò solo alla politica. Era cristiano e prete convinto. Una convinzione e una fede, la sua, radicata nelle fondamenta di Aquileia. Il suo amore per la cultura friulana e per la Chiesa friulana lo trasmise anche agli altri. Fu un eccellente traduttore della Bibbia, inizialmente dedicandosi a singoli libri, i “Profeti”, i “Salmi” e i “Vangeli”, e in seguito insieme a don Antonio Bellina, la grande opera che iniziò a comparire nel 1984, ossia la Bibbia in lingua friulana, che fu pubblicata grazie all’editore Ribis. Però non tradusse solo la Bibbia, ma anche la liturgia e la Messa, così che il popolo friulano potesse pregare e ascoltare la parola di Dio nella lingua materna.
Ma soprattutto don Francesco non lo dimenticheremo per le sue prediche. Prediche forti, accese, passionali. Lo vediamo ancora, come fosse ieri, alzare il tono della voce nella Basilica di Aquileia, e incantare la gente sul “Plan de Vincule”, sul monte di San Pietro il giorno dell’Ascensione. Davvero don Francesco Placereani è stato l’ultimo Patriarca di questa nostra Patria Friulana.
PRE CHECO PLACEREAN. DA “SCUELE LIBARE” A “INT FURLANE”. “SACERDOTE DI FEDE”di Saverio Beinat. Fûr di “Int Furlane”, An 24, n. 11/12, 1986 (tit. or.: “Pre Checo Placerean. De “scuele libare” a “Int Furlane”. “Predi di fede”)
Presentare la figura di don Francesco non è facile per me anche se, conosciuto nel 1944, mi è stato vicino come amico e confidente dal 1952 al 1972.
Nato a Montenars il 30.11.’20, completati gli studi nel Seminario di Udine, fu ordinato sacerdote nel 1944. Quattro anni dopo si è laureato in teologia all’Università Gregoriana di Roma essendo di stanza al collegio “Russicum”. Su invito dell’arcivescovo di Rosario (Argentina) dal 1948 al 1952 insegnò teologia morale nel Seminario di quella diocesi. Rientrato in Friuli, nel mese di ottobre dello stesso anno fu nominato Assistente ecclesiastico dell’ACLI, dell’ACAI (ass. artigiani), vice consulente dei Coltivatori diretti e vice assistente diocesano degli uomini di Azione cattolica per il periodo 1952-55. Catechista dal 1953 al liceo “Stellini” di Udine e al Paolo Diacono di Cividale, passò al liceo Marinelli, con la laurea presa all’Università di Padova in filosofia e lettere, come professore di filosofia e storia fino a quando la salute gliel’ha permesso. Dopo una lunga e dolorosa malattia, ci ha lasciati il 18 novembre 1986. Al funerale con i tre vescovi locali molti sacerdoti, di amici, ammiratori e autorità e molta gente. La sua scomparsa segna una grande perdita per il Friuli.
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Don Francesco aveva una intelligenza straordinaria e una memoria spudorata che gli hanno permesso di terminare gli studi senza fatica e di imparare al tempo stesso diverse lingue. Era portato per l’insegnamento e il suo parroco si era battuto con le autorità ecclesiastiche affinché lo chiamassero in Seminario come professore di teologia.
Invece don Francesco caricato da incarichi, che non erano di suo gradimento viene a conoscere personalmente la situazione del Friuli e si impegna con amore per il suo sviluppo culturale, sociale e religioso. In forma pittoresca ha rivelato la strategia da utilizzare per la salvezza inaugurando la settimana dell’emigrazione in Italia da lui preparata alla fine del 1953 e tenutasi ad Avilla dall’11 al 17 gennaio del 1954 e conclusasi a Udine con la partecipazione di autorità, rappresentanti di enti, della stampa locale e di persone qualificate. “Vi abbiamo chiamati in queste serate non per festeggiarvi o per una manifestazione folcloristica, ma per analizzare i vostri interessi: l’uomo lo si afferra per la testa, manico che non cede, e non per il cuore che non ha tenuta”. E alla fine, soddisfatto per l’ottima riuscita, ringrazia gli emigranti per la loro presenza (circa trecento a sera) e per l’attenzione prestata, concludendo: “Il prossimo anno di nuovo ci troveremo qui: abbiamo tante cose da dirci. È ora di svegliare i friulani affinché sappiano ciò che sono, ciò che hanno fatto e che fanno e che riflettano una buona volta su cosa ne ricavano”.
Fino al 1958 organizza la settimana sociale di Avilla, sceglie gli argomenti più di attualità e le persone adatte per presentarli: vera scuola di sociologia. E per svegliare i friulani non smette di suonare la sua campana in ogni angolo del Friuli, pronto a correre a dare una mano a quelli che, come lui, suonano per gli stessi ideali.
Da “Scuele libare” a “Int furlane”
Entra nella “Scuele Libare” di don Domenico Zannier, ora candidato al premio Nobel, per la difesa della nostra lingua materna e partecipa alla stesura del “Prin patùs”, presentato al suo primo congresso (Avilla, 11.2.1958) con la pagina di storia sul “Telâr de storie dal Friûl”. Non potendo rimanere nella “Scune”, è tra i fondatori del mensile “Int Furlane”, giornale di cultura e di interesse del Friuli (dicembre 1962) e collabora con i propri suggerimenti e idee più che con la penna.
Appoggia coloro i quali si battono per l’autonomia del Friuli, ritiene necessaria la presenza del “Movimento Friuli” prima come tale e successivamente come partito (1966).
Saluta con gioia l’idea della “Mozione del Clero” per la prima volta unito nella difesa della nostra gente: la vuole precisa nelle domande e nella forma.
Dà il prezioso contributo al Comitato per l’Università di Udine, sostiene ogni dimostrazione a suo favore con la presenza e con la parola.
Dal 1973 fa parte del gruppo “Rît furlan” e poco dopo di “Glesie furlane”.
Per la nostra gente, che cresceva con una fede infantile mantenuta in vita con il pericolo di perderla, don Francesco nella Quaresima del ’54 comincia, a Buia, il primo corso di teologia per laici di un certo livello culturale sulla parola di Dio (10 lezioni le tiene lui e due il Delegato Arc. dell’Azione Cattolica) e un secondo di 5 lezioni sulla Madonna durante il mese di maggio. Sperava che le autorità ecclesiastiche prendessero in considerazione come valida questa forma di catechesi, che la istituissero a carattere permanente nei centri della diocesi con personale adatto da potersi scegliere tra i professori del seminario e i catechisti. Purtroppo non ha messo radici.
Ma don Francesco non si perde di coraggio. Affinché la nostra gente sentisse il gusto della parola di Dio, traduce il Vangelo in friulano (1970) e completa con don Pietro Londero il Nuovo Testamento traducendo le lettere di San Paolo (1972). Però l’11 di luglio del ’71 si è svolta una festa storica ad Aquileia. Per la prima volta nella basilica di Popone è stato usato il Messale friulano: anche don Francesco aveva contribuito a tradurlo nella nostra lingua.
Successivamente, da solo, preparò la versione dei Salmi, di Isaia e di Geremia. Nel 1977 l’arcivescovo lo incarica di preparare il Messale festivo friulano completo.
Ultimamente faceva parte con don Antonio Bellina della Commissione nominata per la traduzione ufficiale della Bibbia: purtroppo non è riuscito a vederla compiuta.
Prete di fede
Don Francesco era un prete di fede. “Poche volte, mi confidava, ho pianto in vita mia; così sono riuscito a superare la crisi per i dubbi sulle verità di fede” profonda, sincera, maturata nella sofferenza. Lo confermano le dispense preparate per i corsi di teologia ai laici, e ai sacerdoti e in modo particolare il testo di “Teologia dogmatica” (rimasto dattiloscritto) che su insistenza, aveva preparato e mandato nel 1955, alla “Pro civitate” di Assisi per un concorso andato purtroppo a vuoto. Porta come segno di riconoscimento “In fide vivo”. Lo spedì alla Tipografia Daverio di Milano. Si è accontentato della disponibilità del titolare di pubblicarlo con agevolazioni e degli elogi di due teologi che avevano esaminato il testo.
Utilizzava anche un modo strano per difendere e salvare la fede. Nelle conferenze e nelle conversazioni non risparmiava la battuta contro gli sbagli, le stravaganze e gli scandali di cristiani e di ecclesiastici registrati nella storia: li riferiva anzi con soddisfazione e magari con una grande risata. Mons. Venturini, dopo averlo ascoltato, diceva: “Don Francesco è una mente eccellente, ma come i contadini di Gemona gli piace il salame con un che di rancido”. In verità a don Francesco piaceva il salame, ma naturale, genuino e teneva in riserva quello rancido e lo distribuiva secondo i gusti. Ma ad una signora che dopo una conferenza aveva manifestato il suo disgusto – a causa del rancido -, don Francesco prontamente rispose: “Signora, non è colpa mia se il Signore non ha consegnato la sua Chiesa agli angeli”.
Amava da innamorato il Friuli. Lo ha fatto conoscere nelle sue miserie e nelle sue virtù. Si è battuto con la sua parola di fuoco per pretendere i suoi diritti, la sua indipendenza. Lo faceva senza timore nelle piazze, nei comizi, negli incontri: puntava il dito verso i contrari allo sviluppo economico e sociale del Friuli. Li ascoltava con attenzione e abile cacciatore individuava il punto più debole e colpiva con sicurezza.
Qualche… cantonata per amore del Friuli! Solida cultura
Nessuno stupore se qualche volta vittima del sentimento e non per ignoranza ha perso il controllo di ciò che diceva o scriveva in difesa e a vantaggio del Friuli: si è meritato per questo tirate di orecchie dal prof. Mor. Però non possiamo proprio credere che don Francesco non sapesse che i santi Cromazio e Geronimo non erano né apostoli né martiri e che Bertrando non era stato santificato. Erano locali.
Uomo di vasta cultura. Era dotato di una intelligenza e di una grande memoria. Nella sua testa, come in un computer conservava ciò che aveva letto e sentito e lo utilizzava con sicurezza a scuola e nelle conferenze e nelle conversazioni. Nelle riunioni ascoltava tutti con la massima attenzione e alla fine prendeva la parola e la sua proposta risultava la sintesi di ciò che di meglio era stato detto.
Il suo conversare, le sue battute, i paradossi, le osservazioni, i suoi giudizi, perfino il modo di tenere in bocca il sigaro lo facevano diventare simpatico.
Ma aveva anche lui i suoi difetti. Amava gli elogi e gli piaceva l’incenso e accettava, tacendo, anche quello degli altri.
Con facilità offriva l’amicizia, ma con difficoltà la manteneva per il fatto che non doveva oscurarlo e tanto meno ostacolarlo nei suoi progetti. Così per aggiungere la seconda parte al “Libro bianco” non rompe l’amicizia ma approfitta dell’assenza di don Pietro (in Canada) e non informa l’interessato che sta a casa. Scarseggiava in lui la pazienza e per questo metteva in pericolo ciò che aveva costruito. Era difficile che stesse nel gruppo: il suo amico don Giobatta Casanova, altra mente eccellente, diceva: “Io e don Francesco se vediamo una lunga processione non ci stiamo dentro, io per colpa mia e don Francesco a causa della processione”. Non gli mancava l’ingenuità. Così p. e. accettò la preparazione completa del Messale festivo “come libro devozionale da usarsi nel rispetto delle disposizioni della Madre Chiesa”.
In conclusione chi non ha difetti? Quelli di don Francesco sono inferiori ai suoi meriti e il Friuli lo ricorda e lo ricorderà sempre per l’opera da lui svolta per il suo progresso materiale e spirituale.

PRE CHECO PLACEREAN
di Alfeo Mizzau. Da “Sot la nape”, An 38, n. 3-4, setembar-dicembar 1986
E così anche don Francesco Placereani ha raggiunto i prati del Signore. Era un prete friulano, nato a Montenars, in un paese sulle colline sopra Gemona e come i sentieri rocciosi di quei monti aveva carattere, fede, volontà, ostinazione.
“Mai lasciare il sentiero e sei certo di giungere in cima”, dicevano gli avi. E don Francesco aveva il suo sentiero: il Friuli con la sua gente, la sua lingua, la sua identità. E su quel sentiero ha camminato tutta la vita.
Lo ricordiamo quando stava bene, nelle tante serate trascorse insieme, col mezzo sigaro in bocca, la risata genuina sulle labbra e il discutere piacevole: d’accordo sul punto da raggiungere, litigando sulla modalità per arrivarci.
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“Dovete capire”, diceva senza gridare, tenendo in mano il mezzo sigaro, sicuro della sua friulanità di Montenars.
“Ho capito, gli rispondevo, ma è necessario che la gente capisca”. “La gente, la gente… Cosa ne sapete voi della gente”, e di nuovo a discutere, a ripescare celti, romani, slavi tedeschi, chiesa, papi, patriarchi e le ore trascorrevano senza accorgersene.
Quante cose ho imparato da te, don Francesco, anche se ti davo torto per il piacere di contraddirti; ma ogni volta che ti lasciavo, portavo a casa qualcosa di nuovo.
Tradurre la Bibbia in friulano era il desiderio di don Francesco, perché il Friuli doveva avere il Libro dei Libri nella sua lingua.
Un giorno mi hai detto: “Lutero ha tradotto la Bibbia in tedesco e da allora la lingua tedesca si è arricchita e ancor oggi, in Germania, la base della lingua tedesca si costruisce partendo dalla Bibbia di Lutero. Così deve essere per il Friuli e per la lingua friulana”.
Quanto hai lavorato? E quando le forze non ti hanno sorretto, l’opera non si è interrotta. Don Antonio, tuo amico, l’ha portata a termine.
Hai visto il Libro dei Libri nella nostra lingua anche se ormai la malattia era ad uno stadio avanzato per farti godere ciò che meritavi.
Nella Filologica sei stato nel Consiglio Generale per molto tempo e, pensando alla tua presenza tra noi, ci sentiamo più forti e più sicuri.
Hanno detto che eri un profeta del Friuli. Era vero. Con una fede nella friulanità pari a quelle che smuovono le montagne.
Preghiamo per te, don Francesco, ma ti diciamo, a cuore aperto, che non ti dimenticheremo, non ti dimenticheranno i friulani, perché tu lasci case, campi, gioie, fatti di opere, di esempi di tanta fede in Dio e di tanta passione friulana.
Perdonaci se pensiamo di possedere anche noi, almeno un po’ della tua bella eredità.
Addio, “Pre Checo”.
È MORTO “PRE CHECO” PADRE DEL FRIULANISMO
di Sandro Comini. Da “Il Gazzettino”, 19 novembre 1986
È morto Francesco Placereani, “pre Checo” uno dei fondatori del friulanismo. Fra 15 giorni avrebbe compiuto 66 anni. Il sacerdote si è spento ieri all’1.55 nella divisione geriatrica dell’ospedale di Udine per un edema polmonare acuto. Era malato da cinque anni. La sua è stata una lenta agonia: prima era stato colto da infarto, poi da una paresi, quindi da polinevrite. Il diabete gli procurava gravi disturbi circolatori e un mese fa era stato sottoposto ad un intervento chirurgico all’intestino. L’operazione era perfettamente riuscita ma erano subentrate le complicazioni polmonari che gli sono state fatali.
I funerali saranno celebrati giovedì pomeriggio a Montenars, dove “pre Checo” era nato e dove viveva insieme a una nipote, Anna Placereani, e alla sua famiglia.
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Cattolico d’assalto
Dopo la scomparsa di “pre Pieri”, di Int Furlane, con “pre Checo” Placereani se ne va un altro frammento di storia della “Piccola Patria”. Placereani era un mito.
Era laureato in teologia, in filosofia e in lettere, aveva tradotto i Vangeli direttamente dall’aramaico, conosceva perfettamente lo spagnolo, il francese, il tedesco, il greco, il latino.
Molti anni fa aveva fatto il missionario in Argentina. Era stato professore al liceo classico Stellini e di filosofia al Marinelli.
Era un cultore della lingua friulana che aveva insegnato persino al proprio vescovo, monsignor Alfredo Battisti che è di Vittorio Veneto.
Placereani aveva ispirato la mozione del clero per la rinascita del Friuli, contro le servitù militari e per l’università che aveva costituito l’ossatura ideologica del Movimento Friuli.
Era un trascinatore, un eccezionale conferenziere. “L’indipendenza del Friuli è finita nel 1420 – amava ripetere – Da allora nelle chiese gli angeli sono stati dipinti con gli occhi chiusi: è ora che li riaprano!”.
Il suo era un cattolicesimo anticonformista (era stato uno dei primi sacerdoti ad adottare il clergyman), i suoi discorsi erano al limite del separatismo.
Negli ultimi anni si era ritirato a Montenars in una specie di isolamento volontario e sospettoso. La malattia lo aveva profondamente trasformato, lui, che era stato famoso per il suo vigore fisico.
Riteneva che gli ideali per i quali si era tanto battuto fossero stati traditi e non esitava a dichiararlo.
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Percepiente: Istitût Ladin Furlan "Pre Checo Placerean" APS cf.94024940309
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