DAF - Dizionari Autonomistic Furlan

a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z

Venezia Giulia

È il nome proposto da Graziadio Isaia Ascoli nel 1863 per comprendere le terre rimaste nell’impero asburgico dopo la terza guerra di indipendenza, combattuta e conclusa nel 1866: il Friuli orientale o goriziano, Trieste e l’Istria. “Noi ci troviamo in qualche imbarazzo – scrisse – quando vogliamo nominare le contrade d’Italia settentrionale che sono al di là dei confini amministrativi della Venezia. [...] Ci bisognano veramente tre o quattro nomi, senza che tuttavia si raggiunga una sufficiente precisione; e son nomi tutti privi di un sufficiente splendore, i quali danno altresì l’idea di una esuberanza di pretese, di un frazionamento dell’ordine etnografico che in realtà non esiste[...]. Ma a nominare con unico e appropriato e opportuno vocabolo tutto ciò che nell’Italia nord-orientale ancora ci manca, la geografia, la etnologia, la storia e l’uso della lingua nostra vengono a suggerirci la cara parola che abbiam posto in fronte a questo cenno: Le Venezie. [...] e Venezia Giulia ci sarà la provincia che tra la Venezia propria e le Alpi Giulie ed il mare rinserra Gorizia, Trieste e l’Istria”. Ascoli è alla ricerca di un macrotoponimo di prestigio, riassuntivo e indiscutibile, ma capisce bene che non basta qualche imbarazzo lessicale, giornalistico e diplomatico per giustificare la sua proposta. Si sforza, allora, di scavare nell’ordine etnografico, come Lui scrive, per trovare un collante che non c’è! Ecco le sue parole: “Noi ci stimiano sicuri del buon effetto di questo battesimo sulle popolazioni (tridentine e giulie) a cui intendiamo amministrarlo; le quali sentiranno tutta la verità. Trieste, Roveredo, Trento, Monfalcone, Pola, Capodistria, parlano la favella di Vicenza, di Verona, di Treviso; Gorizia, Gradisca, Cormons, quella di Udine e di Palmanova. Noi abbiamo in ispecie ottime ragioni d’andar sicuri che la splendida e ospitalissima Trieste s’intitolerà con orgoglio la Capitale della Venezia Giulia”. È un passo, questo, che dimostra come il nazionalismo possa obnubilare anche la mente di un genio della glottologia, molto abile nell’usare le parole in modo sottilmente ambiguo, cioè per nascondere una verità, non per svelarla. Basti osservare al riguardo che Ascoli non nomina mai il Friuli: sa benissimo, infatti, e nessuno meglio di lui potrebbe saperlo, che il Friuli interromperebbe l’ordine etnografico e linguistico, continuo e compatto da Trento a Pola nel quadro delle sue Venezie. Il Friuli, si potrebbe obiettare, è rappresentato da Gorizia, Gradisca e Cormons agganciate a Udine e Palmanova, ma si tratta pur sempre di popolazioni tridentine e venete, non friulane! Difficile pensare che Udine, nel contesto delle Venezie disegnate da Ascoli, cioè in un ordine etnografico continuo e compatto, rappresentasse linguisticamente il Friuli, posto che, come è noto, i borghesi di città da alcuni secoli ormai parlavano un dialetto veneto. Che Ascoli avesse torto apparve, sia pur tardivamente, evidente non soltanto ai cosiddetti “friulanisti”, ma anche a qualche insospettabile. Ecco qualche citazione: “... due anni fa, in una riunione del Congresso geografico di Firenze, cercai di dimostrare che non esiste una regione naturale fra le vecchie e le nuove frontiere d’Italia e che la denominazione di Venezia Giulia avrebbe dovuto cadere a meno che il confine del Judrio non fosse spostato alla Livenza. Così provocai un voto nel senso che il nome di Giulia si estendesse anche all’intero territorio friulano...”: così Olinto Marinelli, friulano e inventore della Regione Giulia! “La regione amministrativa giulio-friulana non è indubbiamente né una regione storica né una regione naturale, e non è neppure una regione antropica o economica”: così Giorgio Valussi, docente universitario. E dopo due illustri geografi, ecco un giornalista di Milano: “La ragion di Stato costrinse il Friuli a sposare Trieste (e viceversa); e c’è fra i due mondi la stessa dif- ferenza che corre fra la terra e il mare. Tra i friulani, infatti, serpeggia qualche invidia per le larghe autonomie di cui godono, nell’ambito di quella regione, il Trentino e l’Alto Adige”. Corriere della Sera, 10 maggio 1976. Ma torniamo all’inventore della Venezia Giulia. La proposta di chiamare “Le Venezie” tutte le terre comprese fra il lago di Garda e il golfo del Quarnero, non ebbe poi una grande fortuna, nonostante Ascoli avesse raccomandato “questo nostro battesimo al giornalismo nazionale”. Se le nostre ricerche sono state esaustive, possiamo dire che nell’Ottocento apparve un solo studio piuttosto consistente con il nome della Venezia Giulia nel titolo: Paulo Fambri, La Venezia Giulia. Studii politico-militari, con prefazione di Ruggero Bonghi, P. Natarovich Editore, Venezia 1880. A Gorizia, nel 1907, qualcuno parlò di Venezia Giulia o di Regione Giulia in Consiglio comunale, e il conte d’Attems, in rappresentanza del governo imperiale, disse testualmente: “non posso fare a meno di contestare la legalità della denominazione di Regione Giulia ai nostri paesi, denominazione inammissibile poiché la Contea Principesca di Gorizia e Gradisca con il Margraviato d’Istria e con la città immediata di Trieste costituiscono il Litorale ma non la Regione Giulia”. Il “Corriere Friulano” fu addirittura sequestrato per aver scritto “A noi suona meglio il nome di Venezia Giulia, perché ha in sé tutta l’armonia delle memorie”, e poi il Tribunale dichiarò che non era reato riprendere quel nome non nuovo, già presente in opere di storia. “Tanto bastò – scrisse Gino di Caporiacco, che rievocò quella vicenda – ai nazionalisti e agli irredentisti per proclamare che persino un tribunale austriaco aveva riconosciuto la denominazione Venezia Giulia. Fatto incontestabilmente vero, ma che dimostra chiaramente l’artificiosità del termine, la sua pretestuosità puramente politica, l’inconsistenza di ogni argomentazione oggettiva per sostenerlo”. In conclusione: Litorale in italiano, Küstenland in tedesco, erano i nomi della stessa regione dell’impero asburgico, che Ascoli propose di chiamare Venezia Giulia. La sua proposta divenne ufficiale il 3 novembre 1918, quando il tenente generale Carlo Petitti di Roreto emise un manifesto intitolato “Regno d’Italia. Governatorato di Trieste” e si proclamò “Governatore della Venezia Giulia”: c’è un evidente contrasto fra l’intestazione e il titolo di governatore. Se, infatti, ci fosse stata coerenza Petitti di Roreto avrebbe dovuto proclamarsi governatore di Trieste, come risulta, del resto, dal documento n. 238 firmato da Armando Diaz il 18 novembre 1918: “Con la nomina dei Governatori, all’atto dell’occupazione delle città di Trento e di Trieste, il Comando Supremo intese provvedere a fronteggiare le esigenze imposte nel primo momento dalla situazione locale, non ancora chiaramente conosciuta”. In parole più semplici: il governo italiano non sapeva che cosa fosse la Venezia Giulia. Non lo sapeva Salandra, che non la indicò come terra da conquistare nel discorso del 2 giugno 1915, e non lo sapeva Diaz, che infatti non la nominò nel novembre 1918! Non lo sapeva neanche Petitti di Roreto che, acutamente osserva di Caporiacco, “buttò là quel Venezia Giulia tanto per costituire un precedente”. Ci si aspetterebbe, a questo punto, che il nome fosse diventato immediatamente esecutivo, si potrebbe dire, sulle ali della vittoria, ma così non fu. Ecco quanto scrisse, al riguardo, Isidoro Furlani, direttore del “Giornale di Udine” il 30 marzo 1923: “La contraddizione che l’on. Girardini crede d’aver trovato su ciò che diciamo oggi e ciò che scrivemmo ieri a proposito della Venezia Giulia non è mai stata. L’on. Girardini confonde la Venezia Giulia con la Regione Giulia che è cosa ben diversa. La Venezia Giulia è un nome di battaglia dato dagli italiani a quella provincia che l’Austria chiamava Litorale ed era formata dal Goriziano, da Trieste e dall’Istria. Il giorno in cui fu decretata l’unità del Friuli e il Goriziano entrò a far parte della provincia del Friuli, la Venezia Giulia ha cessato di esistere: e in quello stesso giorno sorse la Regione Giulia, di cui fanno parte il Friuli, Trieste e l’Istria...”. Detto in parole più semplici e partendo dall’Istria: la Venezia Giulia di Ascoli finiva sulla sponda dello Judrio; quella di Marinelli (fu il nostro grande geografo, come abbiamo visto, a proporla nel 1921) e di Furlani si allargava verso ovest fino al fiume Livenza! Il fascismo, come è noto, non riconosceva le regioni se non come macrotoponimi tradizionali o, come nel caso della Venezia Giulia, convenzionali, e permetteva che sulle carte geopolitiche i territori corrispondenti venissero variamente colorati. Non si occupò, quindi, della definizione territoriale della Venezia Giulia o della Regione Giulia, considerata una questione accademica. Si preoccupò, invece, di potenziare Trieste, capitale di una “regione” di incerta estensione, trasferendovi da Udine il Provveditorato agli studi, il Compartimento delle ferrovie, altri uffici “regionali”, intitolando alla Venezia Giulia il collegio elettorale per le elezioni del 1924, nel quale era compreso il Friuli, e la strada statale della Bassa friulana, la cosiddetta “Triestina”. Conseguentemente regnava il caos nella cartografia, come ha efficacemente dimostrato di Caporiacco. Nell’Atlante di Paravia la parola Venezia copre tutte le terre di nord-est; in quello di De Agostini la generica denominazione Venezia permane, ma il colore della Venezia Giulia è ancora ascoliano (dallo Judrio all’Istria); nella carta murale del Baratta la Venezia Giulia arriva al Tagliamento (dividendo quindi in due parti la Provincia di Udine, con la Destra Tagliamento nel Veneto); nella carta murale dell’IGM tutto il Friuli è compreso nella Regione Giulia proposta da Marinelli. A chi credere? E che cosa intendevano dire tutti coloro che usavano fra le due guerre le parole Venezia Giulia? Neanche Rainer, il gauleiter nazista del Litorale Adriatico, si fidò delle parole Venezia Giulia o Regione Giulia, e all’articolo 1 della famosa ordinanza datata da Klagenfurt 1 ottobre 1943 scrisse che la zona d’operazioni “Litorale Adriatico” è composta dalle Province del Friuli, Trieste, Gorizia, Istria, Lubiana e Carnero! Ci si potrebbe aspettare, a questo punto, di trovare chiarezza almeno nella legge fondamentale della Repubblica italiana, che riconosce una regione chiamata Friuli-Venezia Giulia, ma l’Assemblea costituente si guardò bene dal rispondere almeno a una delle due seguenti domande: che cos’è il Friuli? che cos’è la Venezia Giulia? Il legislatore si cavò d’impaccio scrivendo che la nostra regione include i territori delle province di Trieste, Gorizia e Udine (quella di Pordenone, istituita nel 1968, non è ovviamente riconosciuta!). Che lo Stato italiano non abbia le idee chiare è dimostrato, oltre che dalla voce seguente, anche dal fatto che una ventina d’anni fa istituì la Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia, rifacendosi alla delimitazione proposta da Graziadio Isaia Ascoli: così il territorio della Provincia di Gorizia, unico in Italia, è studiato da due Deputazioni: quella per il Friuli, istituita nel 1918, e quella per la Venezia Giulia!

 

Bibliografia: G. I. Ascoli, Le Venezie, Museo di Famiglia, Milano 23 agosto 1863, articolo ristampato in G. di Caporiacco, Dalla regione mai nata alla regione mal nata, II volume della Golaine di studis sul autonomìsim dell’Istitût Ladin-Furlan Pre Checo Placerean, 2002; Olinto Marinelli, Il Friuli e la Venezia Giulia, Udine 1923; Fausto Schiavi, Trieste e il Friuli verso il divorzio, Edizioni del Movimento Friuli 1970; Gino di Caporiacco, Venezia Giulia, la regione inesistente, Reana del Rojale 1978; Gianni Nazzi, Trieste e il Friuli. Opinioni a confronto, con postfazione di Antonio Comelli, Clape Culturâl Acuilee per le Edizioni Ribis 1996.