DAF - Dizionari Autonomistic Furlan

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Università friulana

Il primo a usare le parole “università friulana” fu il prof. Joseph Gentilli, originario di San Daniele e docente di geografia nell’University of Western Australia, che periodicamente soggiornava a Udine e aveva pubblicato sul Bollettino della stessa CCIAA due saggi fondamentali: “Per una università friulana” nel novembre 1965 e “Geografia applicata e pianificazione universitaria” nel marzo 1966. I due scritti caddero, quindi, a proposito e dimostrarono con metodo scientifico che il Friuli doveva avere la sua Università e che Udine era la sede ideale per un’Università davvero regionale, baricentrica rispetto al territorio e alla popolazione studentesca della Regione FriuliVenezia Giulia! Analizzando la domanda friulana di laureati, nel saggio del 1965 Gentilli afferma che già allora dovevano essere istituite a Udine le facoltà di scienze, chimica agraria e medicina: la prima per soddisfare la crescente domanda di specialisti ad alto livello nell’industria enologica e casearia; la seconda per una difesa del suolo e una conduzione delle aziende agrarie basate su cognizioni scientifiche; la terza perché “è non solo desiderabile ma assolutamente necessario che il maggior numero possibile di medici sia in grado di comprendere perfettamente i rispettivi pazienti. Nelle vallate della Carnia, nelle nostre colline, nei paesi di pianura, il medico che conosce intimamente il parlar locale può intendere il paziente e farsi comprendere”. Nella nuova Regione, aggiunge, la maggior domanda di laureati in medicina viene dal Friuli, “ed è pertanto in Friuli che si deve collocare la rispettiva facoltà”. Guardando al corpo studentesco scrive: “Si parla spesso del Friuli come di una zona povera, e si condannano i suoi futuri dirigenti a sprecare somme non trascurabili per risiedere in un centro universitario o per recarvisi abbastanza spesso da ottenere la frequenza. Se tale migrazione studentesca è pendolare, essa comporta inoltre varie ore di viaggio alla settimana, tempo che potrebbe essere dedicato con maggiore utilità allo studio [...] Si noti inoltre che l’attuale migrazione degli universitari friulani esporta dal Friuli somme non indifferenti, che sarebbero in parte spese a Udine se vi fosse l’università”. Passando a considerare l’ubicazione di una università, definibile regionale anche in senso territoriale, Gentilli afferma che dovrebbe essere posta sul centro geometrico delle località di residenza degli studenti (allora frequentanti l’Università di Trieste, unica nella regione e regionale per definizione) per rendere minime le distanze dei pendolari e i costi di frequenza: “arrischiamo l’opinione che tale centro geometrico si trovi più vicino ad Udine che a Trieste, e si trovi addirittura ad Udine o nelle vicinanze se aggiungiamo gli studenti che frequentano Padova o Venezia”. Le province e i comuni del Friuli, scrive ancora Gentilli, dovrebbero chiedere e ottenere l’università sul centro geometrico per evitare gli sprechi di tempo e denaro che gravano sugli studenti friulani e le loro famiglie. Il geografo concluse scrivendo che l’Università friulana a Udine aveva ragione di esistere non solo per le illustrate ragioni pratiche ed economiche, ma anche per esigenze culturali tipiche del nostro popolo: “Riteniamo fermamente che il Friuli potrà sollevarsi dal suo sottosviluppo attuale producendo i suoi laureati, animati dall’amore per la Piccola Patria nei loro studi accademici e nelle loro ricerche sui problemi friulani; attualmente sono molti più i laureati non-friulani impiegati in Friuli che i laureati friulani impiegati in altre regioni, prova indubbia della carenza di laureati friulani in Friuli”. Ragionando da uomo di elevate doti morali, oltre che da scienziato, completò il suo scritto con una profetica postilla: “Riteniamo infine essenziale il principio base di evitare a tutti costi qualsiasi forma di nepotismo politico o di campanilismo regionale sia nelle fasi di progetto che in quelle di attuazione di quest’università friulana, che sogniamo veramente libera ed indipendente, e solo rivolta alla ricerca del vero”. Riprese l’argomento nel secondo saggio per rilevare che: 1. il Friuli impiegava, allora, appena otto laureati ogni mille abitanti; a un livello più basso si trovavano soltanto la Sardegna orientale e il Polesine; 2. ogni anno solo otto giovani friulani su diecimila abitanti andavano a iscriversi in una Università, come in vaste zone dell’Italia centrale e meridionale; 3. il Friuli, in fatto di laureati, era una zona sottosviluppata: ne produceva pochi e ne impiegava meno ancora, importandone in proporzioni rilevanti. E concluse scrivendo che “Il Friuli può e deve avere varie facoltà, forse in un primo tempo legate a Trieste”. Il professor Gentilli, con quei due saggi, aveva compiuto una completa analisi socioeconomica del Friuli, descrivendo nitidamente il circolo vizioso del quale era vittima la società friulana: il basso reddito di gran parte delle famiglie allontanava molti giovani da studi universitari troppo costosi; per uscire dal sottosviluppo il Friuli aveva bisogno di laureati, meglio se prodotti in casa a basso costo; per avviare il processo di sviluppo era indispensabile la presenza di un’Università al centro del Friuli. Se la richiesta della facoltà di medicina da parte dell’Ordine dei medici, contenuta nell’ordine del giorno votato il 7 ottobre 1964, poteva avere un carattere corporativo, la proposta dell’Università friulana avanzata dal professor Gentilli aveva un significato globale, e risultava inattaccabile perché era il risultato di un’acuta analisi socio-economica. Ci si poteva aspettare, dopo la pubblicazione dei due saggi, che l’Università friulana sarebbe diventata un obiettivo primario e immediato da parte di tutti i partiti, e in particolare della Sinistra perché, faceva notare il neonato Movimento Friuli, erano proprio i figli dei contadini e degli operai, le classi a più basso reddito, quelli che dovevano rinunciare all’Università per le ragioni nitidamente illustrate sul Bollettino della CCIAA, ma la politica è cosa ben diversa dalla statistica e dalla geografia applicata: Trieste oppose un netto rifiuto, istituì la libera facoltà di medicina nel dicembre 1965, e quasi tutti i consiglieri regionali friulani stettero a guardare, dicendo che le migliaia di studenti scesi in piazza a Udine erano manovrati, e accusando il Movimento Friuli di qualunquismo, campanilismo, miopia politica, e di mancanza di senso della globalità. Se avessero preteso l’Università friulana, come sarebbe stato giusto e sacrosanto dopo l’analisi del professor Gentilli, avrebbero sicuramente infranto l’unità regionale: i politici triestini, infatti, tentarono con ogni mezzo di ostacolare il progetto nei vent’anni successivi. E d’altra parte non era lecito pretendere fermezza e difesa di legittimi interessi da parte di consiglieri eletti, nei collegi del Friuli, con un programma democristiano che così recitava nel punto che qui ci interessa: “Nell’intento di potenziare l’Ateneo triestino quale centro di cultura di tutto il Friuli-Venezia Giulia, anche l’amministrazione regionale [...] favorirà un sempre maggiore sviluppo del “servizio culturale” dell’Ateneo alla sua naturale area di influenza, rappresentata innanzi tutto dal territorio della regione. Verrà quindi assicurato l’interessamento e l’appoggio dell’Ente Regione per avviare a soluzione e concretare il compimento e la piena funzionalità dell’Università di Trieste, anche con la istituzione della Facoltà di Medicina”. Non dissimile la posizione di tutti gli altri partiti. E mentre Gentilli dimostrava con dati inoppugnabili che: 1. l’Università di Trieste non poteva essere l’Università del Friuli e che 2. se la Regione doveva avere una sola Università doveva essere ubicata a Udine o negli immediati dintorni, i politici continuavano a schierarsi in difesa dell’Università di Trieste. Ecco, desunto da “Sot la Nape”, il pensiero dell’Assessore alle attività culturali: “Il prof. Vicario ha concluso parlando della funzione regionale dell’Università di Trieste alla quale devono essere assicurati gli incentivi perché divenga veramente l’Università del Friuli”. I saggi di Gentilli, le manifestazioni studentesche, le conferenze dei primari dell’Ospedale di Udine al Lions e al Rotary, la nascita del Movimento Friuli e la diffusione di nuovi fogli periodici (“Friuli d’oggi”, “Il Pileo”, “Sveaisi Furlans”...) ponevano in imbarazzo i politici friulani, costretti sulla difensiva tanto in Friuli quanto a Trieste, dove venivano “consigliati” di non dare ascolto alle istanze della piazza e di un movimento non costituzionale (!). I triestini e i friulani attendisti avevano fatto male i conti, perché il fuoco acceso in Friuli verso la metà degli anni Sessanta non era di paglia: “Il risorgimento friulano è iniziato e l’Università è la sua bandiera” recitava un volantino di quei giorni. Ma poco abili nei calcoli furono anche i politici triestini, perché non avevano previsto il grande successo elettorale del Movimento Friuli, che garantì la durata dell’azione di critica, proposta e protesta. La lotta per l’Università friulana fu autenticamente autonomistica anche perché ebbe il salutare effetto di dimostrare, nei fatti, non in teoria, che la regione non è unitaria e non può esserlo perché composta con due parti non complementari, che diventano repulsive e antagoniste quando i problemi sul tappeto sono davvero globali. Tutti debbono ricordare, e in particolare gli autonomisti, che l’Università di Udine, bandiera e strumento del Risorgimento friulano, recentemente ribattezzata per merito del Rettore Furio Honsell “Universitât dal Friûl”, fu istituita affinché sia “organico strumento di sviluppo e di rinnovamento dei filoni originali della cultura, della lingua, delle tradizioni e della storia del Friuli” (art. 26 della legge n.546 dell’8 agosto 1977). “Essa ha il fine di contribuire al progresso civile, sociale e alla rinascita economica del Friuli” (Decreto del Presidente della repubblica n. 102 del 6 marzo 1978). Bibliografia: Joseph Gentilli, Per una Università friulana, Bollettino CCIAA, Udine novembre 1965; Joseph Gentilli, Geografia applicata e pianificazione universitaria, Bollettino CCIAA, marzo 1966; Gianfranco Ellero, Raffaele Carrozzo, L’Università Friulana, Udine 1967; Gianfranco Ellero, L’Università del popolo friulano, Udine 1974; Gino di Caporiacco, Gianfranco Ellero, Fausto Schiavi. Una battaglia per il Friuli, Reana del Rojale 1982; Chiara Rossetti, L’Università di Udine, eventi e personaggi della nascita di un ateneo, Il Poligrafo, Padova 1994; Tarcisio Petracco, La lotta per l’università friulana, Forum, Udine 1998; Gino di Caporiacco, Lotte per l’Università friulana, www.dicaporiacco.it; Gino di Caporiacco, Dalla regione mai nata alla regione mal nata, Istitût Ladin-Furlan “Pre Checo Placerean” 2002. Postilla: non si capisce perché l’autore dell’introduzione al libro di Tarcisio Petracco abbia dimenticato i due saggi di Giuseppe Gentilli e affermato che non venne “richiesta con convinzione un’università vera e propria” in un libro bianco intitolato “L’Università friulana”!