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Ricostruzione alla friulana

Assieme ai soccorritori, già nei primi giorni dopo il 6 maggio 1976 accorsero in Friuli “stormi di urbanisti venuti da lontano”, che furono lesti nel richiedere mappe e planimetrie agli Ordini professionali di Udine (architetti, ingegneri, geometri), talvolta esprimendo l’intenzione di proporre una ricostruzione su “tabula rasa”, che avrebbe snaturato l’immensa area colpita dal sisma. Gli Ordini opposero un netto rifiuto, a quanto ci risulta, o un muro di gomma, ma il pericolo era reale. Un gruppo di intellettuali decise allora di firmare un manifesto, che fu pubblicato sul “Corriere del Friuli” datato Maggio 1976. Ecco il testo: “Una terribile catastrofe ha colpito il cuore del Friuli, cancellando un incalcolabile patrimonio umano, storico, culturale e artistico. Le popolazioni colpite, che in questi giorni di lutto hanno stupito il mondo intero per il loro coraggio, hanno dichiarato con assoluta fermezza di voler ricostruire al più presto le loro case. Tutto il Friuli è con loro. Ma in questo momento, quanti hanno a cuore la nostra civiltà e la nostra storia, esprimono la loro grande preoccupazione ricordando le esperienze del Vajont e del Belice, che da noi non dovranno assolutamente ripetersi. Rivolgono pertanto un appello agli architetti, agli ingegneri, ai geometri e ai periti edili del Friuli, che finora hanno sempre dato prova delle loro capacità professionali, affinché, rifiutando tendenze e interventi estranei alla nostra civiltà, contribuiscano con le popolazioni a ridare al Friuli il suo volto, nel rispetto del particolare tessuto urbanistico e architettonico che lo caratterizzava. Fanno inoltre appello alle autorità affinché si oppongano ad abbattimenti indiscriminati e alla dispersione di materiali che potranno risultare preziosi nell’opera di ricostruzione e di restauro dei luoghi e dei monumenti più caratteristici. Il testo del presente manifesto è firmato da Giuseppe Zigaina, Gino di Caporiacco, Gianfranco Ellero, Luciano Morandini, Tito Maniacco, Gaetano Perusini, Novella Cantarutti, Gianni Borghesan, Ottorino Burelli, Marcello De Stefano, Renato Fiorini, Raimondo Strassoldo, Giovanni Frau, Mario Argante, Giuseppe Bergamini. Dal Friuli, il 12 maggio 1976”. Due studiosi americani hanno scomposto in quattro fasi il tempo successivo a un evento catastrofico e, dopo aver calcolato i tempi “fisiologici” di ogni fase – emergenza, riabilitazione, ricostruzione, sviluppo –, che dovrebbe durare dieci volte di più della precedente, sono giunti alla conclusione che un processo di ripristino può essere considerato un successo se si protrae all’incirca per una decina d’anni. È precisamente ciò che accadde in Friuli, posto che nel 1986 a Villa Manin ci fu la mostra della ricostruzione! A quella gloriosa impresa contribuirono sicuramente l’onesta gestione dei fondi stanziati dello Stato da parte della Regione Friuli-Venezia Giulia e la mentalità dei friulani, contadini-muratori per lunga tradizione e affetti dal “mâl dal clap”. Ma ebbero un ruolo importante, anche altri fattori, che elenchiamo sulla scorta di uno studio di Raimondo Strassoldo: · la presenza capillare di insediamenti militari immediatamente mobilitati per i primi soccorsi; furono importanti, in particolare, la base di Aviano, che potè subito accogliere i soccorsi inviati dalle potenze della N.A.T.O., e il campo delle Frecce Tricolori a Rivolto, che consentì un continuo rifornimento con aerei da carico appena fuori dall’area del disastro; · l’integrità della rete viaria e ferroviaria, immediatamente liberata da frane o macerie; · la mobilitazione dei friulani della diaspora che indussero i loro governi, segnatamente di Argentina, Australia e Canada, a una pronta generosità; · la disponibilità di molte case balneari a un’ora d’automobile dalla zona terremotata, che si rivelarono molto utili soprattutto dopo le tremende scosse di settembre; · la presenza, di un centro moderno e ben attrezzato come la Città di Udine appena al di fuori dell’area più duramente colpita dal sisma; · la posizione geopolitica, che pone il Friuli a contatto con Slovenia, Austria e Germania, immediatamente intervenute in nome di antichi (Mitteleuropa) e nuovi (Alpe Adria) legami umani, culturali e politici; · la simpatia e la solidarietà che subito circondarono i friulani in Italia, indussero il governo di Roma a concedere quanto richiesto da un popolo del quale ci si poteva fidare, perché formato da cittadini “saldi, onesti e lavoratori”; · la presenza in loco di una classe politica e amministrativa, a tutti i livelli competente, onesta, determinata e unanime; · la presenza di un eccezionale Commissario straordinario, l’on. Giuseppe Zamberletti, inviato dallo Stato assieme a uno staff di collaboratori che si rivelò all’altezza del capo. A giudizio di alcuni urbanisti ci furono, tuttavia, errori di impostazione. Ecco, ad esempio, quanto scrisse Giovanni Pietro Nimis: “La ricostruzione friulana sarà guardata con interesse anche in futuro non solo per la compressione dei tempi in cui è stata realizzata, e perché rendicontabile sulla base di bilanci preventivi e consuntivi, ma anche per essere nei suoi risultati, esemplare – nel bene e nel male – del metodo democratico, del decentramento delle decisioni e del realismo nell’approccio dei problemi. Una fisionomia comunque problematica, da indagare e analizzare a lungo, perché alterata da alcune contraddizioni implicite, come la frantumazione delle decisioni o la demagogia scaturita da una troppo spinta partecipazione popolare. Tali antinomie sono anche i risvolti riduttivi dell’esperienza friulana, quelli che caratterizzano appunto la ricostruzione possibile in quanto frutto del divenire nella triade dialettica di un Friuli rimpianto, immaginato e ricostruito...”. Protagonisti di quella straordinaria ricostruzione, capolavoro assoluto del popolo friulano, furono i Sindaci dei Comuni terremotati che, come Gino Molinaro a Buja, e molti altri in eletta schiera, non esitarono ad accollarsi l’eroico compito di gestire la rinascita da quell’apocalittico disastro. Fu una prova corale e di immagine di altissimo valore, citata a modello anche in campo internazionale, resa possibile dalle doti morali della civiltà cristiana e contadina del Friuli.