DAF - Dizionari Autonomistic Furlan

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Mozione del clero dell'Arcidiocesi di Udine

Nell’antica oratoria la mozione era un testo capace di commuovere gli animi. Nella pratica parlamentare è una richiesta o proposta avanzata da uno o più membri di un’assemblea affinché sia discussa e posta in votazione, ma per estensione può essere definita mozione anche una proposta informale presentata alle autorità da un gruppo di cittadini. La più celebre mozione nella storia dell’autonomismo degli anni Sessanta del Novecento è quella firmata da 529 sacerdoti dell’arcidiocesi di Udine nell’estate del 1967. Eccola, in sintesi, in un volantino distribuito dal Movimento Friuli l’11 dicembre di quell’anno: “Friulani! 529 sacerdoti della Diocesi di Udine hanno firmato un documento nel quale riconoscono che la nostra terra è l’unica zona depressa del nord Italia. Seriamente preoccupati dei danni morali e materiali derivanti dalla presente situazione, alle autorità centrali e regionali chiedono: 1. la fine dell’emigrazione; 2. la revisione del piano di sviluppo re- gionale; 3. adeguati compensi per le servitù mili- tari; 4. collegamenti efficienti con l’Austria e la Jugoslavia; 5. l’Università friulana a Udine. Il Movimento Friuli, che da sempre si batte per gli stessi scopi, plaude a questa coraggiosa iniziativa e denuncia l’interessato e significativo silenzio dei politici e della loro stampa”. Monsignor Zaffonato, arcivescovo di Udine, aveva autorizzato la raccolta delle firme perché la mozione era in linea con il documento conciliare “Gaudium et spes” e con l’enciclica “Populorum progressio”, ma poi, quando i massimi esponenti della Democrazia Cristiana gli fecero notare che la mozione era di fatto, e al di là delle buone intenzioni, un duro attacco al partito di maggioranza relativa, tentò di bloccarne la diffusione. Alcuni dei firmatari non accettarono l’imposizione e fecero stampare un libretto che riproduceva, dopo il testo, le firme autografe dei 529 sacerdoti. In un regime di stampa non asservita o non controllata dal potere politico quel pamphlet sarebbe stato uno scoop, ma l’in- formazione di massa passava, in quel tempo, per due quotidiani da sempre filogovernativi (o meglio: filodemocristiani) e per il settimanale diocesano: poteva essere, quindi, ripreso e diffuso soltanto dalla stampa di opposizione o indipendente, incidendo marginalmente sull’informazione della maggioranza della popolazione. La “bomba” scoppiò il 5 dicembre su “Friuli Sera”, quotidiano del pomeriggio diretto da Alvise De Jeso, e tre giorni più tardi su “L’Unità”, organo del Partito Comunista, infine su “Friuli d’oggi”, settimanale del Movimento Friuli. “La Vita Cattolica” fu allora costretta a richiamare i lettori al significato squisitamente pastorale della mozione, mentre la Democrazia Cristiana organizzava una campagna diffamatoria nei confronti del Movimento Friuli, naturale beneficiario della mozione del clero. Quella clamorosa presa di posizione (forse la prima in Italia in quelle dimensioni) abbagliò i giornalisti italiani, che fecero derivare il Movimento Friuli dalla mozione del clero, attribuendo al Movimento un’anima clericale. Si trattò in realtà di un errore o di una forzatura, perché il Movimento Friuli era nato laico il 9 gennaio 1966 sull’onda delle grandiose manifestazioni studentesche per la facoltà di medicina svoltesi a Udine nell’autunno 1965, e soltanto cinque preti, su centinaia di aderenti, potevano essere elencati in veste di fondatori. Fra essi c’era il prof. don Francesco Placereani, uomo di elevato intelletto, calamitante oratore, traduttore delle sacre scritture dal greco in friulano, noto anche come grande uccellatore nel roccolo di Montenars e come prete polemico e contestatore, che fu a torto identificato, sulla stampa, come il deus ex machina del Movimento. Gli va riconosciuto comunque il merito di aver tenuto non meno di un centinaio di comizi per il Movimento. Su questo punto intervenne anche Fausto Schiavi: “Non è vero che il Movimento Friuli “ha preso corpo anche grazie all’azione di alcuni preti”. Vero è che le idee del Movimento sono affini a quelle di un numeroso gruppo di sacerdoti dai quali è nato un coraggioso documento pastorale sottoscritto da 529 sacerdoti friulani. È facile constatare che le richieste contenute nel documento coincidono, in pratica, con molte di quelle da noi avanzate”. Così sul “Corriere della Sera” del 18 aprile 1968. Emerografia: Piero Campisi, Moro in persona tentò di bloccare la mozione dei 529 preti friulani, L’Unità 8 dicembre 1967; I giovani dc denunciano le manovre dei separatisti, Messaggero Veneto 12 dicembre 1967; Attacco dei giovani dc al Movimento Friuli, Il Gazzettino 12 dicembre 1967; Il documento di un gruppo di giovani D.C. Si vuol far rivivere l’Opera Balilla..., Friuli Sera 12 dicembre 1967; Toros denuncia le manovre del movimento protestatario, Messaggero Veneto 14 dicembre 1967; Nessuna tendenziosa interpretazione si deve dare alla mozione sottoscritta dal clero friulano, Friuli Sera 15 dicembre 1967; I sacerdoti friulani respingono le speculazioni sulla loro lettera, Messaggero Veneto 16 dicembre 1967; I sacerdoti respingono anche le offese del Messaggero, Friuli Sera 16 dicembre 1967; Ottorino Burelli, I problemi del Friuli in una lettera del clero, La Vita Cattolica 17 dicembre 1967; Uno dei 529, Lettera, Friuli Sera 21 dicembre 1967; La dichiarazione di quattro sacerdoti, Friuli Sera 26 gennaio 1968; Esponenti della DC denuncerebbero il sacerdoti del M.F., Friuli Sera 13 marzo 1968; Guido Farina, Il diavolo e l’acqua santa, Il Lavoratore Socialista, marzo 1968. Ci fu anche una mozione del clero abruzzese: Il coraggioso documento dell’ex-segretario di Papa Giovanni, La Domenica del Corriere 15 ottobre 1968.