DAF - Dizionari Autonomistic Furlan

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Forum di Aquileia

Dopo le fiammate del Movimento Friuli prima maniera (1966-1972) e i contributi ideologici del “Corriere del Friuli” (1973-1983), il dibattito sull’autonomia friulana si riaccese nel 1984 per merito del “Messaggero Veneto”, che dapprima pubblicò i testi di numerosi interventi e poi li raccolse in un libro intitolato “Quel trattino” (che ancora in quel tempo univa la parola Friuli alle parole Venezia Giulia nella denominazione ufficiale della Regione). Di Regione Friuli si riparlò nell’estate del 1987, per merito di sette “saggi” riuniti in Forum, che il 20 settembre di quell’anno chiamarono al dibattito nella Villa Manin di Passariano tutti i partiti politici e numerose associazioni. Sulla base di quel dibattito Raimondo Strassoldo redasse poi una relazione inviata a tutti i partecipanti al convegno, ai politici, agli organi di stampa, che fu ripresa in sunto anche nella IV edizione della “Storia dei friulani” di Gianfranco Ellero. Il documento definisce “deboli” le ragioni storiche e linguistiche addotte dagli autonomisti per reclamare una regione soltanto friulana, perché la matrice nazionalistica e ottocentesca appariva obsoleta nell’Europa occidentale del 1987 e più ancora oggi, dopo il crollo del muro di Berlino e la nascita dell’Europa, unita anche dall’adozione della moneta unica. D’altra parte “deboli” apparivano, allora e ancora di più oggi, le argomentazioni economiche, politiche e costituzionali che vengono correntemente proposte per sostenere l’unità della regione Friuli-Venezia Giulia. Il documento definisce “mito senza fondamento” la complementarità delle due economie, agricola e industriale in Friuli, terziaria a Trieste, perché “l’economia moderna non si svolge in spazi ristretti; essa ha orizzonti nazionali e internazionali e, soprattutto, non ha riguardo per i confini amministrativi”. Da parte nostra, per aggiornamento, possiamo rilevare che la Regione fu tenuta in frigorifero per quindici anni perché ritenuta pericolosa lungo il confine orientale: oggi quel confine, dopo la caduta del comunismo, il disfacimento della Jugoslavia e l’ingresso della Slovenia nell’Europa unita assume un significato del tutto diverso. Quel Forum si dimostrò ovviamente favorevole a una regione soltanto friulana, ma si dichiarò favorevole ad altre soluzioni soprattutto “per amor di Gorizia”, cioè per non costringere Gorizia, già provata da tante vicende laceranti, a scegliere fra il Friuli, al quale appartiene per lunga tradizione storica, e la Venezia Giulia, nella quale fu inserita dalla storia recente. In conclusione il Forum propose una Regione Unitaria Friuli, con autonomia differenziata per Trieste e capitale a Palmanova: a giudizio dei “saggi” era quella la soluzione “più adatta per armonizzare opposte esigenze, quella dell’autonomia friulana e quella del mantenimento dell’unità regionale”. Anche questa soluzione tuttavia “richiede – oltre, ovviamente, l’improbabile consenso politico di Trieste, degli esuli, dei nazionalisti e dei burocrati – comunque una revisione dello statuto e quindi della Costituzione. Ma è quella che richiede il minimo sforzo di ingegneria costituzionale: un trattino di penna nel nome e il cambio del nome del capoluogo. Essa richiede poi un certo costo di trasferimento fisico degli uffici centrali; ma si tratta, più che di un costo netto, di un investimento di valorizzazione di un gioiello urbanistico. La proponiamo perciò con molta serietà all’attenzione del movimento autonomista e delle forze politiche istituzionali”.