DAF - Dizionari Autonomistic Furlan

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Defriulanizzazione di Gorizia

̀ questo il titolo di un fondamentale contributo, critico e polemico, di Gianni Nazzi su una sottile operazione culturale e comunicativa in atto da molti anni per defriulanizzare la Provincia di Gorizia, che in tal modo sarebbe più agevolmente annessa alla Venezia Giulia. Scomparse tutte le intitolazioni di giornali, riviste e istituzioni con il nome del Friuli o l’aggettivo friulano in uso fino ai primi anni Venti – L’Agricoltore friulano, La sentinella del Friuli, Il Friuli orientale, Il corriere friulano..., Banca friulana, Biblioteca popolare friulana, Partito popolare friulano, Società accademica friulana... – si è passati a goriziano, giuliano e isontino, aggettivo, talvolta sostantivato, in uso soprattutto dopo la seconda guerra mondiale: Il coltivatore isontino, L’agricoltore isontino, Iniziativa Isontina, Biblioteca statale isontina, Club enologico isontino... C’è da aspettarsi ormai che qualcuno proponga di eliminare la parola Friuli anche dal nome dei Comuni di Capriva e Mariano, che attualmente sono “del Friuli”. In questo quadro è davvero miracoloso il fatto che il nuovo auditorium di Gorizia sia stato intitolato alla “cultura friulana”, ma i mass media locali fanno il possibile per non nominarlo scrivendo “auditorium di via Roma”, così come si astengono dallo scrivere per intero i nomi dei due comuni “del Friuli”. La defriulanizzazione dev’essere parsa eccessiva anche alla redazione di “Voce Isontina”, organo della Diocesi di Gorizia, che di fronte alle proteste suscitate, persino fra i cattolici sloveni, per l’intitolazione dell’Auditoriun alla cultura friulana, ritenne di dover intervenire il 1° marzo 1980 con un editoriale intitolato “Non sparare alla storia”. Ecco qualche passo: “La più crassa ignoranza della storia goriziana ed isontina ha montato in questi giorni espressioni di meraviglia per la tabella dell’intitolazione dell’Auditoriun alla cultura friulana come stabilito a suo tempo dalla Regione”. Dopo tante rinunce imposte dal fascismo e dalle dolorose vicende del dopoguerra, dovrebbe oggi Gorizia anche “vergognarsi del suo passato in tanta parte friulano”? si domanda il giornale. Ci si dimentica, scrive, che nel 1868 la città aveva sedicimila abitanti, diecimila dei quali erano friulani. E dopo aver ricordato tutto ciò che i friulani di Gorizia diedero alla cultura e alla civiltà del Friuli, un patrimonio sepolto dalla retorica nazionalistica italiana, cancellato anche dalla toponomastica urbana, il corsivista così conclude. “Ma che ai Friulani, per una volta, si dia a Gorizia un innocuo riconoscimento della loro cultura, che è una componente fondamentale della cultura della città e della provincia (anche se Gorizia sembra esservi disabituata) [...] trovi ancora qualcuno disposto ad una voce di protesta è madornale. Tanto più che non s’è mai protestato per l’abuso di retorica superata né per altre solenni dimenticanze, ignoranze, per cancellazioni e ricostruzioni che denunciano ancor oggi un’incredibile violenza alla storia ed alla cultura, subita senza batter ciglio, senza mai tentare una parvenza di riparazione”. Parole sante, ma ahinoi rare, che conviene capitalizzare in questo Dizionario. Contro la defriulanizzazione reagirono anche tre sacerdoti, Guido Maghet, Silvano Piani e Pino Trevisan, che su “Voce Isontina” del 5 gennaio 1985 intervennero per affermare la friulanità del premio Nobel Carlo Rubbia: “...crediamo utile riportare anche ciò che la mamma dello scienziato, la signora Beatrice, e non una volta, ha tenuto a precisare: “Noi Rubbia siamo friulani” (“Oggi”, 1984, n. 44, p. 12, cfr. pure “Gioia” del 5 novembre 1984, p. 43 ecc.). Questa notizia l’avremmo gradita apprendere anche dalla stampa locale...”. Contro questo andazzo aveva reagito, con la consueta vis polemica, anche Gino di Caporiacco per contestare a Francescato e Salimbeni l’uso capzioso dell’aggettivo giuliano nel volume “Storia lingua e società in Friuli” del 1977. A conclusione della scheda vogliamo riportare il testo di una lettera inviata a “Voce isontina” per chiedere notizie sulla fonte di una carta “antica” del Friuli, pubblicata il 15 luglio 1978: “Udine, 20 settembre. Gentile Signor Direttore, soltanto oggi ho potuto leggere il numero del 15 luglio del Suo pregiato giornale, e sono rimasto colpito dall’antica carta del Friuli pubblicata a pagina 11, nella quale appare la scritta “FRIVLI VENETIA JULIA”. La carta, in verità, è strana o forse nuova – ma non si finisce mai di imparare! – perché il confine orientale sembra ricalcare l’attuale confine di Stato, e a occidente risulta escluso dal Friuli il Mandamento di Portogruaro. Quest’ultimo particolare mi induce a pensare che la carta deve essere stata disegnata dopo il 1838. Ad ogni modo, potrebbe gentilmente dirmi da dove la carta è stata tratta per la riproduzione sul Suo giornale? Grazie e molti rispettosi saluti. Gianfranco Ellero”. La lettera, scritta in chiave benevolmente ironica, non fu pubblicata, né al mittente giunse una risposta privata.

 

Bibliografia: Gino di Caporiacco, Venezia Giulia la regione inesistente, Reana del Rojale 1978; Gianni Nazzi, La defriulanizzazione di Gorizia, Udine 1991.