DAF - Dizionari Autonomistic Furlan

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Clape Culturâl Acuilee

̀ terra di clapis, il nostro Friuli, cioè di gruppi, composti da poche o molte persone che ruotano intorno a un leader e coltivano i campi più disparati. Alcune di queste clapis – come la Cineteca del Friuli di Gemona, Cinemazero di Pordenone e il Centro Espressioni Cinematografiche di Udine – hanno raggiunto risultati di grande prestigio anche a livello internazionale; altre, operando in diversi settori – come l’Associazione La Bassa di Latisana, il Circolo Menocchio di Montereale Valcellina, l’Istituto di ricerca Achille Tellini di Manzano, l’Istitût Ladin-Furlan Pre Checo Placerean di Coderno, l’Associazione Cortolezzis di Treppo Carnico – hanno ottenuto risultati non meno interessanti. Ma quelle citate sono clapis che emergono come alberi d’alto fusto in un vasto terreno coperto di erbe o cespugli, annualmente irrorati, spesso con pochi euro, dalla nostra Regione. Nel campo che più da vicino ci interessa, quello dell’autonomismo, si staglia per l’originalità e la chiarezza dei programmi, la straordinaria perseveranza nel perseguirli e la capacità di chiedere e ottenere collaborazioni la Clape Culturâl Acuilee (inizialmente con la ‘q’), fondata de facto in un’assemblea svoltasi a Udine il 1 dicembre 1971, de iure con atto notarile dell’8 gennaio 1974. 37 38 Ideologo e factotum della Clape è Gianni Nazzi, autore di grammatiche, vocabolari e traduzioni, che ha adottato la grafia proposta, tramite il suo vocabolario fraseologico, da Giorgio Faggin. Anche noi (pronome plurale che sta a significare Gino di Caporiacco e Gianfranco Ellero) abbiamo dato una sia pur marginale collaborazione alla Clape, come viene correttamente riconosciuto nel volumetto “Clape Culturâl Acuilee trent’anni”, pubblicato nel 2002, ma non abbiamo mai condiviso la sua impostazione politica della “questione friulana”, non quella strettamente culturale. D’altra parte non abbiamo mai condiviso i giudizi negativi espressi da illustri personaggi sulle traduzioni dei classici delle letterature straniere pubblicate dalla CCA. Non capiremo mai, ad esempio, perché Nico Naldini abbia definito la traduzione di Shakespeare in friulano “una follia che nasce da tentativi timidi e delicati per diventare sfrontata e odiosa” (“Il Gazzettino”, I filologici uccidono Pasolini, di A. Garlini il 12 giugno 1999), dimenticando di dire che fra quei “tentativi” c’è anche, su “Il Stroligut” n. 2 del 1946, una sua traduzione da Juan Ramon Jimenez, accanto a quella di Pasolini da Giuseppe Ungaretti e di Bortotto da Valery Labraud, per non parlare del saggio “Dalla lingua al friulano” del suo grande cugino, pubblicato su “Ce fastu?” nel 1947, e ignorando, forse, che le traduzioni in friulano (del Pater noster, dell’Eneide, della Commedia, del Catechismo...) sono una secolare tradizione locale. Anche il giudizio espresso a suo tempo da Paolo Maurensig non è condivisibile, posto che ogni traduzione, in qualunque lingua, è spesso un tradimento, se non del testo, sicuramente della struttura compositiva e, naturalmente, dell’origi- nale musicalità. (“Messaggero Veneto”, Il Friuli possibile del Forum di Aquileia, 23 giugno 2001). Noi abbiamo sempre considerato importante la CCA per il senso unitario del Friuli che la ispira in pubblicazioni che, al livello popolare, sono, a nostro giudizio, anche più importanti delle traduzioni come i volumi “Di Carnera a Zoff: i campions dal Friûl” e “Friûl e spetacul”, e alcuni “libri bianchi” firmati da Gianni Nazzi: “Defriulanizzazione di Gorizia”, 1991; “Trieste e il Friuli”, 1996; “Venezia e il Friuli”, 1997. Nazzi ha in più occasioni criticato, in modo puntuale, la grafia ufficiale adottata dalla Regione e promossa da Adriano Ceschia, già componente dell’Osservatorio della lingua e della cultura friulana (OLF). Ma non dimentichiamo che, in precedenza, il Ceschia ottenne ospitalità sul giornale del Movimento Friuli, con proposte grafiche alquanto stravaganti, proprio durante la presidenza Nazzi. Ecco, per memoria, l’incipit di un articolo intitolato “Bisugne fevelà furlan” apparso su “Friuli d’oggi” del 24 gennaio 1972: “Alkovente dât testemoni de volontât pulitiche dal MF di inkressi la kussience etnike daj Furlans ancje e soredut te lôr lenghemari par k’e-viodin j ignorants ke ta keste lenghe e-si pues fevelà di dut, par k’e-sepin kej k’e-fevelin tal non dal progres ke ogni popul al à di kori daûr e sô storie ku la sô kussience...”. Interessante anche il titolo del 21 febbraio 1972: “La kulture baske (furlane) e-à di sej une kuintri-kulture”. Lo stesso Nazzi e Ceschia furono anche sentitamente ringraziati per la collaborazione da Sergio Salvi, l’autore de “Le nazioni proibite” e de “Le lingue tagliate”. Condividiamo, anche, alcune delle critiche rivolte dalla Clape alla Filologica; ma non riusciamo francamente a capire quale sarebbe il vantaggio del Friuli e del friulano se la Filologica dovesse morire.