DAF - Dizionari Autonomistic Furlan

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Autonomia culturale

Molti credono che la cultura sia soltanto quella che si impara a scuola, e non dubitano neanche per un momento che la scuola possa essere al servizio del potere, il quale si propone di creare, proprio attraverso la scuola, uno dei tratti più vischiosi, e quindi di più lunga durata, della personalità di un individuo: la mentalità. Leggiamo allora una parte, da noi tradotta in italiano per non offrire alibi linguistici, dell’articolo “Purgâ i libris di scuele” di Giuseppe Marchetti, pubblicato su “Patrie dal Friûl” dell’ottobre 1949: “Nel corso di una riunione dell’UNESCO, tenutasi pochi giorni fa a Parigi, sir Bertrand Russel, uno dei più famosi scrittori e pensatori dell’Inghilterra, ha parlato del dovere che hanno le scuole di tutti paesi di preparare le nuove generazioni in uno spirito di intesa e di solidarietà internazionale. E ha criticato il costume in auge nelle scuole di tanti stati, che assecondano ed esaltano la stupida, istintiva inclinazione dell’uomo a sopravvalutare austriacante autonomia amministrativa la sua nazione. Ne ha dette di cotte e di crude, e di certo non a vuoto. Francesi, tedeschi e anche inglesi non hanno la coscienza immacolata sotto questo profilo. Ma temiamo che nessuno abbia la coscienza sporca come lo stato italiano: nelle nostre scuole è considerato come un dovere, come un fondamentale dovere pedagogico, anzi come il primo e più importante compito dell’educatore quello di gonfiare le budella del bambino con l’indiscutibile “dogma” del primato civile e morale degli italiani e con quello della barbarie, dell’inferiorità e della congeniale malvagità di tutti gli altri popoli. Qui, poi, in Friuli, con la famosa torcia della latinità alzata nell’oscurità delle tenebre che ci avvolgono per ogni dove... Sir Bertrand Russel ha proposto di ripulire da queste fandonie i libri di testo. E ci viene da ridere. Proprio in questi giorni i bambini grandi e piccoli sono tornati a scuola, e sotto il braccio portano un fascio di carta stampata nella quale, eliminato il nome del Duce e la scure [del fascio], la retorica bugiarda e sciovinista più stomachevole impregna ancora quelle pagine. Nulla è stato mutato: tutto lo spirito della scuola fascista, della mistica fascista vi è riassunto e condensato. Ed è ancora più pericoloso perché non porta più la sua vera etichetta, quella scure che un tempo avvertiva la gente per bene sulla reale natura del papocchio che conteneva. E la prova più luminosa che questo sia il clima che regna nelle nostre scuole è dimostrato dalla rivista pedagogica “Risveglio magistrale”, che un gruppetto di maestri e professori stampano a Udine: un brano del discorso del papa per nascondere il marchio di fabbrica, e poi non c’è pagina, non c’è riga che non meriti l’imprimatur di uno Starace qualunque. (Per non parlare dei refusi seminati a palate e, spesso, di una lingua italiana che fa raggrinzire la pelle). Altro che purgare i libri di scuola!”. Questo è uno splendido esempio di autonomia culturale, cioè di capacità critica e di indipendenza di pensiero: è precisamente questa autonomia che deve precedere quella amministrativa. Se non si mette a fuoco l’oggetto, cioè la regione, che autonomia si chiede allo stato? Se la regione la cerchiamo nei manuali di storia scritti in forma standard, cioè nazionale e unitaria, per le scuole comprese fra il Brennero e Pantelleria, non la troviamo o la troviamo in forma impropria. Un altro bellissimo esempio di autonomia culturale fu l’opuscolo “La Regione del Friuli”, che comprendeva i contributi di numerosi studiosi, costituiti in comitato in seno alla Società Filologica Friulana dopo il Congresso di Spilimbergo, pubblicato il 15 dicembre 1946 per le edizioni della Camera di Commercio di Udine. L’opuscolo, prontamente distribuito ai membri della II Sottocommissione, ottenne l’effetto sperato. Nella seduta del 18 dicembre, infatti, essi decisero con 17 voti contro 10 (contrari socialisti e comunisti) di concedere l’autonomia regionale al Friuli con Udine capitale. La nuova regione, priva peraltro del Mandamento di Portogruaro, avrebbe dovuto accogliere le terre non friulane eventualmente assegnate all’Italia dal trattato di pace (ancora in gestazione in quel tempo), e per questo l’onorevole Uberti propose di chiamarla Friuli-Venezia Giulia. Fu certamente convincente, l’opuscolo, se il Friuli, da quel giorno, non fu più l’ennesima provincia del Veneto: è un risultato, questo, che non sarebbe stato raggiunto senza l’autonomia culturale degli studiosi che lo compilarono. 27 28 Altri fondamentali episodi di autonomia culturale sono i tre saggi di Giuseppe Marchetti citati in bibliografia: prima di lui le chiesette votive (più di ottocento in tutto il Friuli) e le statue lignee erano considerati dagli storici dell’arte dei sottoprodotti. Lui vide, invece, in quelle umili architetture e in quelle statue artigianali, la straordinaria luce umanistica e rinascimentale del popolo friulano, e oggi nessuno più dubita che avesse visto giusto e in profondità. Ma a definire la nostra regione dal di dentro contribuìrono anche gli studi di Giuseppe Gentilli sui climi, di Giovanni Frau sui dialetti, di Andreina Ciceri sulle tradizioni popolari... Non possiamo, infine, dimenticare, fra gli episodi di anticonformismo culturale altamente creativo, l’Academiuta di lenga furlana, già trattata alla voce corrispondente. Senza l’autonomia culturale non ci può essere una vera autonomia amministrativa. Scrisse infatti Pasolini nel “Quaderno romanzo” del 1947: “... il ‘fatto’ di appartenere a una patria è natura, è sentimento, ma acquisterà validità solo nel caso che si muti in coscienza, che si volga al futuro, valorizzando il passato solo come esperienza, e non vezzeggiandolo alla maniera di coloro che il Nietzsche chiamerebbe cultori della storia ‘antiquaria’ o ‘monumentale’, non certo della storia ‘critica’. Qui in Friuli, non lo negheremo, prevalgono le tesi autonomistiche a carattere storico-naturalistico, ahimè, e non storico-dinamico [...] Ma, a parte tutto, si pensi con quale accuratezza e quale tendenza alla profondità ci si potrebbe curare in genere delle istituzioni a carattere educativo, in una regione così cosciente di sé come potrebbe divenire la friulana, per via della sua lingua e della sua tradizione. Del resto la mentalità dei suoi abitanti (sempre per restare in margine ai vantaggi troppo ovvii) è molto settentrionale, cioè nel tempo stesso positiva e romantica; molto adatta dunque a tramutarsi in ‘civiltà’. È in queste ‘civiltà’ che si progredisce, che si distrugge lo spirito nazionalistico, che si coltivano problemi superpolitici, (come il federalismo europeo).”

 

Bibliografia: Giuseppe Marchetti, Guido Nicoletti, La scultura lignea del Friuli, Milano 1956; Giuseppe Marchetti, Il Friuli. Uomini e tempi, Udine 1959; Giuseppe Marchetti, Le chiesette votive del Friuli, a cura di Gian Carlo Menis, Udine 1972; Giuseppe Gentilli, Il Friuli. I climi, Udine 1964; Andreina Ciceri, Tradizioni popolari in Friuli, Reana 1982 e 1983; Giovanni Frau, I dialetti del Friuli, Udine-Pisa 1984; Giovan Battista Pellegrini e collaboratori, Atlante Storico Linguistico, Etnografico Friulano, Università di Padova e Società Filologica Friulana, dal 1972; Gianfranco Ellero, L’autonomia culturale di Giuseppe Marchetti, 1946-1949, Istitût Ladin-Furlan “Pre Checo Placerean” 2006.